di Simona Bonfante per The Front Page

Quattro chiacchiere americane con Giorgio Napolitano bastano a David Ignatius, coloumnist del Washington Post, per capire che dell’Europa c’è davvero poco da fidarsi. Regge o non regge? E il bailout e le manovre lacrime e sangue con cui sono alle prese i governi nazionali basteranno a risparmiare la famiglia europea dallo scatafascio dei debiti, oppure tra due settimane siamo punto e accapo?

Insomma, ma che razza di crisi è quella europea? Giorgio Napolitano, “one of the grand old men of Europe”, è un europeista convinto – spiega Ignatius. Ma persino uno come lui riconosce che c’è una drammatica sfasatura tra l’ideale dell’integrazione economica e la realtà dell’eurozona, e cioè che con 16 regimi fiscali diversi non si fa politica monetaria. ”Con questa crisi – ragiona Napolitano – i paesi europei devono finalmente accettare che l’Unione comporta un parziale trasferimento di sovranità nazionale.” Ma questo, ai governi, non garba granché.

Il problema – continua dunque il nostro rispettato capo di Stato – è che l’Europa rimane una “unione di convenienza”. Ma siccome non sempre la convenienza dei 27 coincide con quella dei governi nazionali, a prevalere è il caos. La conclusione che ne ricava Ignatius è che magari a Bruxelles la diagnosi l’hanno fatta bene, ma sono i 16 pazienti dell’eurozona a non avere ancora accettato che non ci sono alternative a mandar giù la pillola.

L’Economist si concentra sull’austerity plan italiano. Tra una presa per il culo del “salesman” Berlusconi – quello che negava la crisi – e una acidula iniezione di perplessità sul fatto che a cospetto degli italici conti i mercati ci possano davvero cascare – il giudizio complessivo sulla manovra è di moderato scetticismo. I tagli ci sono ma non sono strutturali; le previsioni di crescita vanno prese con le pinze e poi chi dice che tutto ‘sto presunto risparmio non si risolva in realtà in una partita di giro dal centro alle Regioni? Nessuno lo può dire. E allora potrà mai bastare una semplice dichiarazione d’intenti per calmare i mercati?

“Comunque – conviene il settimanale economico – finché si rivolge al taglio della spesa piuttosto che all’aumento delle tasse, la misura potrebbe rivelarsi di aiuto alla crescita”. Ma qui – si osserva – i tagli non sono fatti per durare. Insomma – conclude – “un  governo che si definisce pro-market ha ancora una volta mancato la buona occasione per incrementare gli incentivi, promuovere maggiore competizione e stimolare la produttività”. Questo – è il commento di Economist – avrebbe infatti significato sfidare gli interessi di quelle categorie produttive che in gran parte accordano il proprio sostengono a Berlusconi.

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