Lo shock drammatico che il Governo Monti si è posto l’obiettivo di evitare, io invece speravo che avvenisse. Le conseguenze non sarebbero state più catastrofiche delle iniziative salvifiche che invece stiamo subendo. Saremmo semplicemente stati costretti ad affrontare ora – invece di dilazionarlo nel tempo – il nostro conclamato fallimento: economico, politico, democratico.

L’oppressione fiscale cui anche il governo Monti non ha inteso risparmiarci è quantitativamente irrazionale: inibisce la voglia e la possibilità di fare impresa, investire, creare lavoro. Ed è ingiusta, perché non altrimenti finalizzata se non alla salvezza del sistema. Del sistema corrotto, improduttivo, de-pauperizzante che ha mostrato in questi due ultimi decenni (ma, in fondo, anche prima) di non aver altra prospettiva se non tener in piedi sé stesso.

Le tasse – questa infinità ansiogena di uscite coatte – le paghiamo per quello: tenere in piedi questa finzione di entità statuale. Finzione che, oltretutto, è scritta nella stessa genesi del nostro paese: una Repubblica fondata sul lavoro è un nonsense. Che vuol dire? Che il lavoro è un diritto anche per chi non ha intenzione di meritarlo? E/o che è un dovere per gli altri cittadini (quelli che, invece, un lavoro lo meritano e lo faticano), mantenere quegli altri che della loro impune improduttività, del loro parassitismo, vivono?

I partiti sono la democrazia. I partiti italiani (quelli attuali quanto mai), sono la partitocrazia. Che è roba diversa, roba nociva, roba inutile. I soldi del finanziamento, la cui cancellazione, a loro dire, sarebbe un drammatico errore, vengono destinati a pagare campagne pubblicitarie, affissioni illegali, stipendi di gente che non si capisce che fa. Neanche dei burocrati, delle agenzie governative, delle società pubbliche, delle banche pubbliche, della Rai si coglie in fondo l’utilità. Non si coglie, cioè, la ragione per cui debbano poter non-produrre nulla di sensato, perché debbano poterlo fare impunemente, perché possano farlo addirittura nuocendo – ovvero succhiando risorse altrimenti libere di circolare, finanziare attività produttive, stimolare la creatività produttiva – e perché, infine, tutte queste cose che noi paghiamo debbano essere garantite imponendoci prelievi coatti.

Le tasse non sono un dovere, ma il costo razionale di un ponderato business plan. Sono il premio che i membri di una comunità decide di corrispondere per usufruire di servizi, anche non economicamente prezzabili, come lo standing – ed i conseguenti benefit – che deriva dall’autorovelozza militare, dall’autorevolezza morale, dall’autorevolezza economica. Ma noi italiani le tasse non le paghiamo per quello. Noi italiani, in realtà, non abbiamo ancora capito che la forza dello Stato si misura sulla nostra libertà. Siamo liberi? Non lo siamo. Non siamo uno Stato, quindi, ma una prigione in cui giochiamo ora la parte dei secondini ora quella cei detenuti.

Lo shock drammatico è esattamente quello che il governo Monti avrebbe dovuto decretare. Darci la morte per ridarci la vita.  Mi rammarico non l’abbia fatto. Temo le conseguenze di questo non-fatto.

Twitter @kuliscioff

p.s.

Io aderisco alla petizione dei Radicali Italiani per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Sono convinta la nostra riabilitazione (morale, istituzionale, economica) passi da qui

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