imagesHo vissuto gli anni di Blair abbastanza da vicino. Ho frequentato il partito, i think tank. Blair l’ho anche intervistato. Ma non solo lui, anche la “classe dirigente” che aveva pensato, realizzato e portato alla vittoria il e New Labour: David Miliband, Peter Mandelson, praticamente tutti i direttori dei think tank, vari ministri e personaggi-chiave del partito. Ne ero ammirata: gente con i contro-coglioni. Prendevano voti senza derogare al pensiero. Anzi, prendevano voti proprio perché non si stancavano di pensare, portare l’asticella intellettuale sempre più su, elaborare nuovo pensiero e, su quello, sviluppare le policy che gli sono valse tre vittorie consecutive. Renzi, la sua “classe dirigente”, il Pd che lui ha reso stra-vincente sono un’altra cosa. Ed io in questa cosa mi sento meno a mio agio di quanto non mi sentissi tra i neolaburisti Uk. Sono un ‘elitista’ che si si fa solo troppe pippe mentali, come sostiene qualcuno? Può essere. Può essere che leadership e classi dirigenti possano anche emergere così – accidentalmente, come direbbe qualcun altro. Tuttavia, non credo che basti conquistare il consenso per arrivare al potere, per essere “classe dirigente”; per quello credo serva saper essere “classe motivante”. Se mi chiedo quale sia la motivazione di fondo – non la cornicetta progettuale, ma proprio l’apriori del nuovo potere – beh, io non la trovo. Questa assenza è l’anomalia del successo renziano. È probabile che maturando l’esperienza di potere questo vuoto vada via via colmandosi. Mi pare stupido però fare quelli che, vabbé tanto l’importante è vincere e alla gente dell’elaborazione politica non frega na sega. Questo è ovvio. Meno ovvio è come possano reggere politiche e gruppi dirigenti che nascono sostanzialmente dal caso.

@kuliscioff

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