di Kuliscioff per the Front Page

L’espressione “questione morale”, come noto, è stata coniata da Enrico Berlinguer in un contesto storico inequivocabilmente determinato – gli Anni 80 del Psi di Bettino Craxi. L’espressione – non occorre sottolineare – non si limitava ad interpellare la moralità dell’agire pubblico, ovvero il rispetto delle regole da parte di amministratori pubblici e uomini di partito, ma si spingeva ad indicare la strada da imboccare per ricondurre l’agire pubblico – individuale, collettivo – nei sacri crismi della moralità.

La moralità tradita, per Berlinguer, era la prospettiva dell’arricchimento personale, il denaro elevato a valore in contrapposizione alla virtù dell’austerità. Comportamenti immorali diventavano dunque non solo quelli compiuti al di fuori della legalità, ma anche quelli esibiti per perseguire il “disvalore etico” del benessere personale, del potere individuale. In questo senso, è evidente, immorale era l’intera prospettiva pseudo mercatista di quei partiti con facoltà di governo, la Dc e il Psi, che con la propria pratica culturale prima ancora che politica alimentavano la pulsione consumeristica, l’ambizione personale, il perseguimento della crescita economica individuale.

La “questione morale” di berlingueriana memoria non poteva avere a che fare con il rispetto delle regole, ché in tal caso il più immorale tra i partiti avrebbe dovuto essere proprio il Pci. Il Pci di Berlinguer percepiva finanziamenti illeciti – cioè contra legem – esattamente come i partiti rivali. L’eccezione comunista risiedeva solo nel non trascurabile dettaglio che ad erogare denaro al partito etico di Berlinguer era l’Urss – un regime antidemocratico, un paese nemico – e non la rete di affaristi ed imprenditori privati cui invece pescavano i partiti allora in capo al regime.

Il rispetto delle regole, in democrazia, si chiama legalità. E le leggi in democrazia non sono precetti morali ma prescrizioni funzionali, concordate e condivise, perché le libertà individuali si affermino come non confliggenti tra loro. In tal senso, il Pci era un partito illegale, sebbene, nell’accezione berlingueriana, non immorale.

L’immoralità nella speculazione del leader comunista aveva dunque un fondamento eminentemente politico. Morali i comunisti, persecutori di austerità. Immorali i socialisti, corruttori di pauperistiche virtù. La ‘questione morale’ nasce dunque da un equivoco etimologico. Avrebbe dovuto chiamarsi ‘questione politica’ mentre ha finito con l’assumere un’accezione extra-politica – storicamente non fondata – facendosi addirittura sinonimo di legalità.

L’espressione ‘questione morale’ – con la sua evocativa solennità (in questo senso eguagliata solo dal precedente salveminiano della “questione meridionale”) – non è stata dunque agita nel corso della storia nella sua valenza politica – eminentemente comunista –, bensì come questione di legalità, con una traslazione di senso tanto ingannevole quanto fortunata. Tant’è che alla tentazione di evocarla ad ogni nuovo disvelamento di illegalità politicamente indotte non sfugge proprio nessuno.

Il Presidente Fini, per dire. E con lui coloro a cui – giustamente – preme manifestare repulsa per prassi e comportamenti di dubbia liceità attribuibili ad esponenti di partito, ovvero a soggetti portatori di cariche pubbliche. Ma perché non correggere l’equivoco e parlare di ‘questione politica’ piuttosto che di ‘questione morale’?

Se uno viola la legge nell’esercizio delle proprie funzioni pubbliche spetta alla magistratura sanzionarlo. Se personalità autorevoli di un partito, come il coordinatore nazionale del Pdl, Verdini, o il coordinatore regionale del Pdl campano, Cosentino, sono accusati dalla magistratura di aver agito contro le leggi, il partito ha facoltà di rivendicare la propria volontà di mantenerne l’esercizio delle rispettive funzioni politiche. Si tratta appunto di una facoltà eminentemente politica, mica morale. Se gli elettori non gradiscono, sanzioneranno. Se condivideranno il principio, premieranno.

Bisogna ricordare che in Italia i partiti politici non sono normati da leggi nazionali. Un partito ha una ragione giuridica privatistica: definisce in piena autonomia la propria forma associativa ed organizzativa, le proprie regole interne ed i precetti valoriali cui conformare l’azione dei propri affiliati. Ciascun partito dunque è libero di decidere se e come provvedere nei confronti di un proprio membro accusato di violazione della legge (cui tutti i cittadini sono sottoposti), stabilendo se e in che misura riconoscerne la compatibilità con la funzione pubblica assunta per tramite del partito stesso.

Una cosa dunque sono le regole della vita civile – le leggi nazionali – un’altra quelle della vita partitica. È lecito per un partito stabilire che un colpevole di fronte alla legge possa non esserlo di fronte al partito (ed ai suoi elettori)? È lecito, certo. Ne ha piena facoltà. Una facoltà, appunto, eminentemente politica. Cosa c’entra dunque la morale?

Il partito del Presidente Fini è anche il partito del Presidente Berlusconi. E il Presidente Berlusconi vive politicamente in una dimensione in cui i concetti di legalità e moralità si autonomizzano dalla sfera pubblica esterna, considerata non assoluta e dunque non prevalente rispetto al valore – quello sì a suo giudizio prevalente ed assoluto – del consenso democratico. Tant’è che per Berlusconi la moralità – in politica – è quella del fare.

A tale costrutto – berlusconianamente essenziale – possono essere sollevate una pluralità di obiezioni. Ma Fini è legato a Berlusconi da una parentela matrimoniale invero mai particolarmente amorevole. Non condivide la ratio che lo sposo ha inteso impartire al vincolo e ha dunque ragione ad ingaggiare una battaglia perché il partito articoli diversamente – in maniera filosoficamente più compiuta – il legame che egli stesso aveva a suo tempo deciso di sottoscrivere. La clausola vincolante sulla quale l’unione si è consumata, tuttavia, non prevedeva in alcun modo di subordinare le regole del partito alle prerogative della magistratura.

Fini assume la legalità a questione morale, come Berlinguer negli Anni 80, come gli accoliti del Pool nei 90, con ciò cortocircuitando la prassi democratica, relegando la politica ad una funzione ancellare rispetto alla ‘contro-potente’ funzione giudiziaria. E questo non porta a nulla di buono.
Non porterà di certo al riscatto della Politica sul dogmatismo carismatico di cui i berlusconiani si fanno vanto. Non resituirà alla Polis un set etico condiviso fondato, come deve essere, sulla responsabilità di ciascuno ad assumere la propria funzione civica aldilà delle norme.

La questione morale è la questione italiana. È la questione di un Paese che si coalizza contro Marchionne, che accorda fondi ai precari socialmente inutili della Regione Sicilia, che onora gli allevatori truffaldini del premio alla furbizia, che spaccia l’indipendenza della magistratura per la facoltà di ergersi impunemente come ‘il’ potere non sanzionabile né controllabile, che si bea di un’istruzione pubblica che sforna i peggiori discenti del mondo civile, che si nutre di retorica irresponsabile con l’atarassica certezza che il conto tanto sarà fatturato altrove. Si veda ad esempio alla voce ‘acqua pubblica’.

Parliamo di questa ‘questione morale’?

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