di Simona Bonfante per the Front Page

Romano Prodi, ospite del Financial Times, discetta di Europa. Egli fu il presidente della Commissione che nel 2004 realizzò la conquista dell’Est – l’allargamento a 27 – e il varo del transatlantico costituzionale – ricordate? -, quello naufragato ancora prima di lasciare il porto grazie alla manomissione dei motori da parte di Francia e Olanda.

Lo strutturalismo europeista, teorizzato e praticato dal professore, è la precipua ragione per cui la Gran Bretagna l’Europa la vuole frequentare soltanto in vacanza. L’apparato tecnocratico europeo che Prodi si è un sacco divertito a disegnare è infatti oggettivamente letale per gli interessi di un paese come il Regno Unito, dove le strutture finanziarie e produttive si misurano sul mercato, ovvero la competizione su efficienza, creatività, flessibilità. Efficienza, creatività, flessibilità che l’apparato plutocratico europeo e la sua compulsività normativa non aiutano certo ad affermare. Quello degli inglesi non è anti-europeismo, ma logica di mercato. Quello di Prodi non è europeismo, ma metafisica burocratico-istituzionale. Chi dei due vuol più bene ai cittadini europei?

Che l’Europa compia “un grande passo avanti verso il federalismo fiscale” – auspica il professore, il quale saluta con favore il bailout che ha permesso di sostituire i flebili vincoli del patto di stabilità in una “more muscular co-ordination.” Peccato che il bailout, o il coordinamento muscolare dei mercati finanziari europei che Prodi benedice, non serve affatto né a rafforzare l’Europa sul medio termine, né a fermare la speculazione nell’immediato, perché questa si fonda sulla ragionevolissima constatazione che se uno Stato è strutturalmente impostato per crescere poco e spendere troppo, sarà destinato comunque a crollare. E a meno di pretendere che l’investitore si immoli al martirio, non si capisce perché dovrebbero fingere di credere che il bailout cambi tutto e finire, come un cretino, travolto dalle sue pretenziose e retoriche macerie?

Prodi, tuttavia, non si arrende all’evidenza. Per lui la Grecia conferma la necessità di un’Europa ancora più rigida. Anche perché, dice, il disastro finanziario di queste settimane era in realtà un’evenienza impossibile da prevedere. Imprevedibile la Grecia? Ma come, Romano: i conti falsi di Atene tu li hai avuti tra le mani e li hai approvati. Che la Grecia sarebbe finita male – e con lei il resto dell’eurozona – era prevedibile, eccome. E non è che adesso puoi tirarti fuori e dire che la colpa di tutto non sei tu, non è il tuo moloch istituzionale, non è la tua fregola di passare alla storia come l’uomo capace di irizzare la UE, ma i mercati!

Comunque, al lettore di FT – cioè all’intero mondo economico globale – Prodi consegna un epilogo dei suoi, che di certo non mancherà di illuminarlo. “Se anche la ripresa tarderà ad arrivare – dice infatti Prodi -, se anche avrà un costo altissimo, e se anche procurerà un danno all’immagine dell’Europa, la nave dell’Unione europea sta ormai veleggiando nella direzione gusta.” La direzione giusta, per capirci, è il default. E quanto alla traversata, non sarà affatto uno spasso neanche lei. In pratica, si salvi chi può.

L’Italia vista dall’America: la New York Review of Books parla del “Berlusconi’s New Rival”, cioè Fini. “Gli italiani – scrive l’autrice – hanno un monosillabo, un’interiezione, che significa ‘I don’t know’: Boh! E Boh! è probabilmente il solo commento plausibile per descrivere l’attuale situazione politica del paese”.

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