Flavia Perina non se ne perde una, di manifestazioni di protesta contro il potere: le donne di Se non ora quando, gli universitari dei tetti, i gay del gay pride, i sindaci anti-manovra ed i pensionati della Camusso. Pure con loro, convocati per l’ennesima storicamente retriva scioperante piazzata, Perina solidarizza. Devono sembrarle, evidentemente, manifestazioni di coscienza rivoluzionaria.  E non ci sarebbe nulla di male, a pensarlo, se solo Perina avesse tipo rendite corporative  o eredità ideologiche da capitalizzare. Ma lei – l’ex fascio-neo-statalistico-libertaria – di sto tipo di obblighi castali non ne ha.
E che sarà mai, allora, ad appassionarla alla causa dei No Ponte e dei No Tav, dei No Global e dei No Pil –  alla causa dei No, sostanzialmente?

Certo, c’è del fico nel dire No. Dire No al conformismo acefalo, ad esempio. O all’intruppamento omologante nel mainstream. O al rosario dei luoghi-comunismi brandizzati in evergreen di piazza, quelli di cui sarebbe basilarmente onesto riconoscere il sostanziale travisamento connotativo. Il concetto di ‘diritti’, ad esempio: nel meraviglioso mondo di Flavia-Amelie-Perina ‘diritto’ equivale alla pretesa di mantenere i farseschi privilegi ottenuti, una manciata di lustri orsono, dai nostri papà: il diritto a non esser licenziati, ad esempio. Narrativamente fico ma, ecco, nel mondo reale, la facoltà del dipendente di vincolare il datore di lavoro ad una perennità che manco il matrimonio-pre-divorzio… ebbene non è né socialmente giusta, né economicamente sana, né moralmente meritevole di difesa barricadera. Non è né Futuro né ancor meno Libertà.

Stare dalla parte dei Davide è un sacco giusto, oltre che razionale; ma che almeno si abbia chiaro chi è il Davide. Tra dipendente e datore di lavoro, ad esempio. Quello che il lavoro lo dà, oltre che lavorare a sua volta, ci mette le idee, ci mette il rischio. Se le cose gli vanno, crea ricchezza – cioé pane da distribuire. Se invece toppa, non mangia lui ma manco quelli che invece con lui potrebbero banchettare. Ora, il dipendente di costui può anche sentirsi rassicurato dall’idea di meritare il ‘diritto acquisito’ a tenere in scacco il datore di lavoro, ma se solo si compisse lo sforzo intellettuale – e Perina, questo sforzo, è attrezzata per compierlo – di immaginare cosa ciò finisca con il comportare, ebbene si giungerebbe serenamente alla conclusione che no, la pretesa di quel ‘diritto’ non è in realtà altro che un abuso. Un abuso devastante. Ché la fissità dei ‘diritti acquisiti’ – ovvero l’impossibilità di licenziare – rende lo pseudo Davide-dipendente un despota, il sindacato che ne fa le veci un regime, ed il datore di lavoro, ovvero il libero creatore di ricchezza potenziale, uno violentemente ed innaturalmente mutilato della propria capacità di generare.

Ecco, Perina  gli scarti logici di questo appassionato reflusso storico-emotivo verso la sub-cultura del No alla quale non ha remore ad aderire da che Futuro e Libertà – il partitino No Silvio del quale è membro – è Futuro e Libertà, ebbene non dovrebbe avere difficoltà a rintracciarli. Basterebbe ad esempio che ascoltasse – nel senso di rendersi disponibile ad attivare le facoltà intellettualmente ricettive di cui è fisiologicamente dotata – a quanto alcuni tra i suoi stessi compagni di partito – Baldassarri e Della Vedova, per dire (i meno banalmente retorici, i più intellettualmente stimolanti, i più antipodici rispetto all’orrorre della sub-cultura berlusconiana) – provano ad argomentare e – nei limiti del possibile parlamentare – a fare.

Certo, l’estetica cheguevarista non gli si confà proprio, a quei due. Ma se la futuroelibertaria Perina sotto la gonna del deputato e del senatore liberali del suo partito vedesse quel di più…i contenuti, per l’appunto. Ecco, quelli – i contenuti liberali – nella pasionaria, anti-sistemica Perina dovrebbero scatenare quel vero, profondo ardore rivoluzionario che non si capisce come mai le suscitano invece i sindacati, le femministe, gli studenti del titolo di studio e dell’università gratis – ovvero pagata da quelli che l’università non la fanno.

Ma si è mai chiesta – lei che nello Stato, quello buono, vede l’Eden della civiltà – com’è che nel paese dello Stato educatore, imprenditore, mediatore, dispensatore di diritti, violatore di doveri, le cose siano così moralmente, culturalemente, civicamente, economicamente messe male? Sarà mica che il problema è proprio quel fidesistico, pavloviano, oppiaceo – ma sì caro a lei, ed ai sindacati con cui simpatizza, ed ai protestatari con cui solidarizza – luogo-comunismo statalista?

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