di Kuliscioff per The Front Page

Intercettazioni, monnezza mediatica, avvisi di garanzia postati a mezzo stampa? L’Italia della libertà di sputtanare ci fa rabbrividire? Ma signori, sono bazzecole! Bazzecole rispetto alla prova di civiltà giornalistica che sta dando di sé in queste settimane la stampa britannica.

Quel campione di anglosassone progressismo editoriale che è il feriale Guardian – con il supporto dell’Observer, testata-sorella in ecumenica uscita domenicale – si è infatti intestato il merito di una campagna diffamatoria che a cospetto le dieci-domande-di-Repubblica sono un giochetto da educande.

La vittima dell’infamata è il Primo Ministro, Gordon Brown. Il quale, nell’ultimissima fatica letteraria del chief political editor dell’Observer, Andrew Rawnsley, viene dipinto come una specie di psicopatico, uso a menare fendenti fisici e verbali a sottoposti e collaboratori. Uno sclerato seriale, insomma.

Gli episodi si sprecano. E le testimonianze, beh quelle – assicura l’autore dello scooppone – sono tutte di primissima mano.

L’opera che racconta le gesta del Gordon furioso si intitola “The End of the Party”. Domenica scorsa, l’Observer ne ha pubblicato un estratto, garantendo ai lettori la serializzazione a puntate settimanali. Da allora è un quotidiano centellinare particolari sempre più mortificanti, sempre più morbosamente invitanti l’acquisto dell’opera omnia del fango primo-ministeriale. L’ultima scrupolosa rivelazione, in ordine di anticipazione, racconta dello scazzo finale tra lui, il Gordon in waiting, e Tony, all’epoca ancora primo ministro scarsissimamente motivato a cedere il comando ad un sempre più spazientito Cancelliere. Era l’autunno del 2006, Blair avrebbe dovuto aver già mollato da un paio di mesate e invece niente. È allora che Brown  – questa l’inedita rivelazione del libro – prende Blair da parte e gli urla in faccia quello che teneva dentro probabilmente dai tempi del fantomatico accordo della Granita’s: “Mi hai rovinato la vita” – gli dice. Parola più parola meno.

Gli interessati smentiscono. Ma tanto a che serve? Verosimile è verosimile. Dacché era noto pure ai lindi ciottoli di Whitehall che Brown era almeno dal secondo mandato laburista che ambiva a mettersi in tasca le chiavi del N.10. Tuttavia era Blair che la gente votava. Ed era Blair che il New Labour riconosceva come leader. E pure quando per il Tony esportatore della democrazia cominciano i guai, sempre lui – Tony – vince le elezioni, le terze consecutive. E leader vincente non si cambia.

Poi Tony con la fratellanza bushiana esagera e nel partito cominciano a mugugnare. Gordon trova l’occasione e organizza un putsch parlamentare che costringe Blair alle dimissioni. Il resto è storia.

Una storia tuttavia meno rosea di quella che Brown sognava. Perché l’umiliazione di Blair è stata per il rivale una vittoria di Pirro. Tant’è che da quando Brown ne assume la leadership, il Labour perde – e malamente – tutte le tornate elettorali cedendo terreno ai New Tory di quel brillante communicator che è David Cameron.

E lì anche i meno blairiani cominciano a pentirsi di aver mollato l’ex leader…Il quale, tuttavia, ormai convertito ai sacri offici di Romana Chiesa ed alle terrene lusinghe della consulenza d’impresa, delle sorti del partito – e come dargli torto – se ne fotte.

Ora, però…

Ora la campagna mediatica contro il Gordon schizzato riempie le anglossassoni paginate di giornale, che le altre notizie – a cospetto – sbiadiscono. E sì che tra le altre notizie c’è, per dire, lo scandaletto delle intercettazioni illegali pagate da Murdoch per assicurare alle testate del gruppo gli scoop che hanno reso imbattibili i segugi giornalistici di News of the World. Tutto in secondo piano. Tutto relativo.

La notizia da dosare a puntate da qui alle prossime elezioni è il caratteraccio di Gordon Brown.

Ecco il segreto del giornalismo-cane-da-guardia-della-democrazia: non guardare in faccia nessuno ché il vero cronista deve avere un solo padrone, il portafoglio.

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