locandinaNon parliamo – vi prego – di disoccupazione come dato statistico, accidente macro-economico, randello argomentativo da talk show. Parliamone come esperienza di vita reale, a noi prossima – senza retorica, né piagnistei. Parliamo in concreto di cosa significhi avere tutte le carte in regola per meritare un lavoro; avere la determinazione per trovarne uno, anche se non quello ideale. Avvertire, ancor più che la voglia, l’urgenza di bastare a sé e quindi non limitarsi ad aspettare che le opportunità si creino ma provare ad inventarsene da sé.
Ecco, parliamo di cosa comporti avere tutto questo, non lasciare veramente nulla di intentato e ciononostante non riuscire ad avercelo questo lavoro – un lavoro retribuito, s’intende. Perché – bando alle fesserie – il lavoro non retribuito o retribuito in maniera simbolica o, come è ormai consuetudine negli ambiti creativo/editoriale, retribuito con la moneta non convertibile della visibilità, ecco tutto questo non è lavoro, e neanche un investimento su di sé: è solo fonte di frustrazione e perdita di autostima.
Quando le cose stanno così, e non c’è via di uscita; o meglio quando una opzione c’è ed è illegale, possiamo considerare legittima la scelta della illegalità?

Smetto quando voglio è un intelligente e pluri-premiato film italiano uscito pochi mesi fa che affronta la questione in maniera brillante, ardita, definitiva. I protagonisti sono ricercatori universitari ridotti alla fame, che si inventano un modo – l’unico davvero possibile – per appunto smettere di fare la fame. Quel modo è produrre e commercializzare pasticche da discoteca semi legali, le smart drugs – business floridissimo che effettivamente alla band dei ricercatori cambierà sostanzialmente la vita.
Consapevoli del rischio, naturalmente, ma anche soddisfatti in fondo di essere finalmente usciti dalla schiavitù. Ché di quello parliamo quando non si ha un reddito né più alcuna prospettiva di averne uno per via legale.
Non racconto la fine, ma la fine è definitiva e non è lieta. Dice bene però quale sia la vera posta in gioco nella impossibilità a trovare un lavoro: la perdita della libertà – e si legga qui “libertà” nel senso meno retorico dell’espressione.

L’adulto privato della possibilità di provvedere al proprio sostentamento perde il diritto ad essere uomo libero. Questo equivale alla condanna ad una reclusione – più o meno simbolica – che può in realtà anche corrispondere ad una sentenza a morte – in senso non necessariamente metaforico, una condanna cioè alla condizione di non-vita.
Senza un lavoro legale, senza un lavoro illegale; senza nessuna possibilità praticabile ancora da praticare, non è forse razionale e persino morale assumere allora persino la morte come opzione preferibile alla non-vita?

@kuliscioff

 

 

 

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