di Kuliscioff per The Front Page

Il Pd a Milano sopravvive per auto-fermentazione, come una spora intrappolata in una tazza di latte che è la stessa da sempre e che, da sempre, risulta attraente solo a chi ci sta dentro, ovvero la sua “classe dirigente”. Ma vista da fuori, quella roba puzza. Da ieri, tuttavia, c’è una novità. Il giovane consigliere comunale Pierfrancesco Maran (nella foto), della minoritaria area Bersani, ha osato sfidare i compagni marinian-franceschiniani annunciando la sua candidatura alla guida cittadina del partito.

“Sono 15 anni – constata Maran – che ci presentiamo alla città sempre allo stesso modo, sempre con lo stesso progetto; ora dobbiamo mettere in campo qualcosa in più per attrarre chi ci ha percepito chiusi e non in grado di rappresentarli”. Bella scoperta, si dirà. Eppure qualcosa di nuovo, nella sortita del giovane eletto piddino, c’è.

C’è, intanto, che Maran non si limita a sfidare l’establishment catatonico che guida da sempre il partito lombardo, ma si spinge a segarne le fondamenta auto-poietiche, chiuse, paralizzanti. Il suo messaggio, poi, Maran lo manda aldilà della cinta muraria del partito ambrosiano, ormai confinato in una Vip Only Area che della città ha un’idea “aerea”, romantica, effimera: praticamente non ne ha l’idea.

Maran, invece, un’idea ce l’ha. Un’idea partorita – pare – dallo scambio, evidentemente fecondo, tra i “grandi vecchi” del migliorismo ambrosiano – Cervetti, per dire – e i giovani intelletti politicamente cross-border, rintracciabili in parte tra i frequentatori della edizione online della rivista macalusiana Le Ragioni.it.

L’idea è di una ragionevolezza disarmante, addirittura sbalorditiva considerati i tradizionali costumi piddini. Si tratta, secondo Maran & friends, di arrivare alle elezioni comunali del prossimo anno con un partito sintonizzato sulle frequenze locali, che parli la lingua della realtà, ovvero riconduca l’esperanto tanto amato dall’establishment milanese nel posto che più gli compete: il settore delle lingue morte. Dice Maran: “E’ un’apertura verso chi può aver fiducia in un Partito coraggioso, che si mette in gioco e cerca di stimolare l’orgoglio sopito di una città sempre più imbrigliata e chiusa in sé stessa”.

Certo, di aprire il partito i maggiorenti locali non ci pensano proprio. Perché i maggiorenti locali – la consolidata ditta Majorino-Mirabelli & Partners – sono quelli che, pur non avendone vinta una, riposano sulla inerziale certezza che nel Pd milanese la carriera si fa per anzianità e fedeltà, non ad una linea, che non c’è, ma ad una dimensione metafisica, quella della sconfitta.

Aprire il partito, manco a dirlo, significherebbe invece far perdere a costoro la prerogativa di incassare i dividendi di quell’enorme capitale di fallimenti – culturali, politici, elettorali – sin qui accumulati. Perché il paradosso è questo: la classe dirigente del Pd milanese viene promossa perché perdente. Il segretario cittadino – che adesso si chiama coordinatore – saranno dunque loro a nominarlo, a tavolino. E sarà tale La Forgia, Francesco La Forgia, rassicurante garanzia di continuità.

Ma questo potrebbe non essere poi un così grande problema per il competitor. Dacché, se ne avrà davvero voglia, Maran potrà intestarsi battaglie autenticamente di sinistra, ovvero di progettualità liberale, ispirandosi ai virtuosi esempi delle grandi capitali europee, da Barcellona a Parigi a Bilbao – ad esempio sulle politiche abitative, sulla gestione dei servizi pubblici, sulla conformazione urbana e le potenzialità creative della fu-capitale-morale, affogate dalle amministrazioni del centrodestra nel costrutto sociologico della Milano tagliata sulle esigenze dei suoi agées facoltosi, manco fosse la versione metropolitana di Forte dei Marmi.

Se Maran vorrà davvero combattere l’egemonia asfitticamente conservatrice dei suoi “capi”, dunque, è una guerra che deve dichiarare. E se sarà guerra, invece che una semplice battaglia, allora di commilitoni lungo la strada, Maran potrebbe trovarne parecchi.

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