558177501001397640360noIn Israele, come noto, fare il militare non è un’opzione. Sono riservisti, in pratica, tutti i civili a suo tempo non riformati. I riservisti, uomini e donne, prestano servizio ogni anno, per un paio di settimane e vengono richiamati sul campo quando si apre un nuovo fronte. Non lo fanno per piacere di partire per la guerra, questi impiegati, contadini, studenti, giornalisti, insegnanti né lo fanno per passione, ideologia, religione: lo fanno per dovere.

L’altro giorno 40 di loro, 40 riservisti di un’unità speciale di intelligence dell’IDF (Unit 8200), hanno firmato una lettera in cui denunciano l’esercito israeliano di praticare metodi da Stasi: spiare palestinesi civili e usare le informazioni personali – gusti sessuali, malattie, problemi economici –  per costringerli a diventare informatori di Israele. I 40 della lettera esprimono il proprio disagio morale verso questi metodi, che considerano oltretutto non convergenti con gli obiettivi strategici dell’intelligence, e annunciano che la prossima volta che riceveranno una chiamata dal loro capo-squadra risponderanno no. Non è tuttavia obiezione di coscienza, la loro, poichè i riservisti non rinunciano a servire l’esercito tout court, ma si rifiutano solo di eseguire quelle pratiche lì, da Stasi, appunro. Sa più di ammutinamento, quindi.  Mi chiedo se per loro sarebbe moralmente più accettabile stare sul fronte, al fianco dei compagni che sparano, invece di far parte di un corpo speciale che fa la guerra con microfono e registratore.

Il problema è la guerra, la quale provoca per forza dilemmi morali – in chiunque, qualunque ruolo si copra, comunque la si combatta. Un pilota può non avere il contatto diretto con la sua vittima, ma comunque sa che il missile che ha appena colpito il bersaglio, l’ha lanciato lui.
Ed è questo non a caso il problema fondativo del sionismo – come ricavo dal bellissimo My Promised Land di Ari Shavit: il dilemma morale ontologico tra sopravvivere o lasciar vivere. Il dilemma che i pionieri del sionismo europeo risolsero e obliarono – una rimozione per necessità. Ma che pure si perpetua ancora nei discendenti del sionismo, nel frattempo divenuto lotta perpetua per la sopravvivenza. La minaccia c’è ma c’è anche molto opportunismo, si manipola la minaccia a fini politici, si sfrutta la minaccia per compiacere la costuency dei settlers, ad esempio. Si negozia una tregua mentre ci si prepara già alla sua prossima violazione. Si finisce con Gaza si ri-inizia sul Golan. Si tratta con Abbas ma non si tratta sul West Bank, non si tratta sulla soluzione strutturale. Di che si tratta allora?

Dal punto di vista politico, gli argomenti degli ammutinati dell’IDF hanno molto senso. Credo anzi i 40 colgano ‘la’ questione che la politica israeliana dovrebbe affrontare, senza obiezioni di coscienza: che vogliamo farne di noi? Che prezzo siamo disposti a pagare per restare noi? Il prezzo è alto, naturalmente, è il prezzo più alto: una macchia sulla coscienza. Ma quella macchia Israele se la porta dentro da ancora prima che nascesse come Stato. Come tutti gli Stati, d’altronde, come tutti gli imperi europei occidentali, gli imperi coloniali di cui pure, noi europei, non avvertiamo per nulla l’onere della responsabilità. Fascisti o nazisti o franchisti o colonialisti sono stati i nostri nonni, mica noi. Pace, ormai viviamo tutti in pace. Questo invece in Israele non c’è – né può esserci d’altronde, avendo tutti, di tutte le generazioni, conosciuto personalmente la guerra. Quella macchia ce l’hanno tutti, in Israele, e per tutti è un peso. Per questo è anche comprensibile la tendenza a volerla rimuovere.

@kuliscioff

 

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