imagesDa Strade Magazine

Nel 1992 ho vent’anni, vado all’Università, vivo a Messina – provincia parassitaria, gretta, molle che vivacchia di soldi pubblici, connivenze private e dove tutto passa dalla politica. Tutto: il posto in ospedale, il posto per la moglie, il voto allo scrutinio per il figliolo liceale, il rinnovo della carta d’identità. Non siamo a Milano, dunque.

A Messina l’uso discrezionale ed abbondante di denaro pubblico, l’abuso d’ufficio, la negazione della libera concorrenza non sono le conseguenze di un’offerta politica corrotta ma “la” domanda politica. E c’è anche un certo candore in questo, una specie di inevitabilità perseguita più che subìta. Si va dal politico perché faccia pressione sulla commissione esaminatrice del concorso pubblico al quale si deve partecipare, o per il trasferimento della sorella ad un ufficio che la signora possa raggiungere a piedi. Si va per raccomandare che il nipote poco dotato venga promosso e, di raccomandazione in raccomandazione, accompagnato fino al conseguimento del titolo di Dottore, perché gli si spalanchino le porte all’empireo del funzionariato para-statale. Ci si rivolge al politico per sanare l’abuso edilizio della villetta al mare e far avere al cognato agricoltore una via preferenziale all’ultimo fondo inutile per lo sviluppo del Sud.

C’è sempre qualcosa di abusivo, arbitrario, moralmente controverso da chiedere al politico – ma lo si chiede senza problemi, senza il minimo sospetto di correità.

Messina ha una delle costituency elettorali nella baraccopoli del terremoto del 1908, baracche nel frattempo cementate e tramandate alla progenie, e comunque sempre ancora là. A Messina, a differenza di Milano, non esiste economia non-pubblica. Non esiste dimensione del pensiero che non sia perimetrata dalla concessione del sovrano. Non è poi così scontato d’altronde raggiungere l’obiettivo concessorio, data la concorrenza dei bravi o degli ancora meglio ammanicati. L’autorevolezza e il know-how del concessore vengono quindi ponderate dal questuante, riconosciute, premiate. Il sistema, nella sua aberrazione, si auto-alimenta, equilibra e perpetua con equanime soddisfazione.

Nel 1992 arriva Tangentopoli, e se i nomi degli amministratori milanesi non dicono molto in periferia, i nomi siciliani arriveranno e quando arrivano, si alza il sipario del teatro pirandelliano. Gli amici diventano estranei, l’ostentazione cafona – cifra topica del gioco sociale urbano – si fa improvviso oggetto di stigma; addirittura materiale per trame diffamatorie, strumento probatorio della propria alterità. Il dipietrismo, che pure come moda arriva anche là, è pura dissimulazione, sfacciato opportunismo – uno, nessuno e centomila.

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@kuliscioff

 

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