di Kuliscioff per The Front Page

Il Labour era un partito collettivista a base proletario-sindacale quando nel ‘94 Tony Blair ne assume la leadership, riscrivendo il progetto politico della sinistra progressista. Col New Labour è la fine del piagnisteo pauperista, è la fine dell’ideologia di classe. È la fine dell’anti-capitalismo come paradigma della liberazione operaia. La classe dirigente che, con Blair, assume il comando del partito, costringe le Unions all’angolo della storia, e costringe gli elettori – non solo i militanti – a riflettere su una prospettiva possibile, intellettualmente stimolante, socialmente unificante. Una prospettiva vincente.

Il partito si apre alla società “reale” – la Londra-da-bere, della finanza, della new economy, della creatività-che-si-fa-business – e genera una piattaforma di governo credibile. Credibile nel merito. E credibile nella strategia. La genesi del New Labour si fonda su un assioma politico-culturale, la Terza via, che porta a sintesi paradigmi ideologici sino ad allora confliggenti – il liberismo ed il socialismo – declinandone i “valori” in un programma di governo volto a conseguire una prospettiva che più “progressista” non si può: il compimento della democrazia liberale, ovvero l’eguaglianza delle opportunità e il rafforzamento degli spazi di libertà dei cittadini.

In breve, l’empowering del citizen, dunque l’ampliamento della possibilità concreta di scegliere da sé cosa fare della propria vita. Come lavorare, quanti figli fare, dove curarsi, dove studiare. Il New Labour non è un metodo, né un abbaglio carismatico. È un progetto politico, culturalmente fondato, adeguatamente comunicato e intimamente votato a tradursi, attraverso il governo, in una coerente trasformazione del paese.

Il Pd invece è soltanto un non-leader (transeunte) e un metodo, le primarie. Ma un non-leader e un metodo, di per sé, non fanno un partito. Al massimo fanno opposizione. Il Pd non è un progetto politico. E ancor meno una prospettiva di governo. Non è che un ni… ni anche quando ha cercato di essere un et… et. È una giustapposizione di stereotipi – i cattolici, il centro, la sinistra… –, non una maturazione “decomplessata” del progetto di società che la sinistra contemporanea avrebbe mille buone ragioni per perseguire.

Ma forse il punto è proprio questo: il Pd consustanzia il complesso del fallimento. Il fallimento storico che fu il Pci e il fallimento, anch’esso storico, del compromesso: ovvero i due cappi conservatori stretti al collo della cultura riformista che, in Italia, ha avuto un solo complicatissimo precursore, Bettino Craxi. Quello stesso blairiano ante litteram di Craxi che, se oggi fosse vivo, sarebbe all’opposizione del Pd e all’opposizione del Pdl. E lo sarebbe, appunto, perché progressista e di sinistra.

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