di Kuliscioff per the Front Page

I reati imputati a Craxi attengono ad un’unica causa, il fundraising per il partito, e si compiono in una breve finestra temporale compresa tra l’amnistia del 1989, che sana gli abusi del passato, e il referendum del 1993, che abroga la legge sul finanziamento pubblico. Salvi tutti quelli che hanno fatto come Craxi, ma prima di lui. Salvi tutti quelli che hanno fatto come Craxi, ma dopo di lui. Affondato Craxi, invece, perché lui lo fa nel momento sbagliato. Il momento in cui l’Italia si scopre l’eden della onorata legalità.

Craxi viene perseguito perché, come una buona fetta dei 50 milioni di compatrioti di allora, “non poteva non sapere” che il suo partito raccoglieva fondi in nero. E questo riassume il suo spirito criminale. Nel tripudio di ipocrisie e banalità e stucchevoli mea culpa di questi giorni, c’è un argomento che va per la maggiore: distinguere la vicenda politica di Craxi dalla vicenda giudiziaria di Craxi.

Ma la parabola giudiziaria di Bettino Craxi non è “altro” dalla politica. E il solo dirlo significa non aver capito nulla dell’ultima, epica, battaglia politica di Bettino Craxi: l’esilio. Craxi rifiuta la legittimità giudiziaria della vicenda. Avrebbe dovuto essere politica la discussione. Politico, pubblico, trasversale e democratico il giudizio. Un’operazione “trasparenza”. Un’operazione-verità. E, dunque, un grande dibattito pubblico per la prima volta onesto e non vincolato alle opportunità geopolitiche del mondo bipolare. Avrebbe dovuto essere il grande showdown dell’ipocrisia repubblicana. Avrebbe dovuto essere la prova della maturità della democrazia italiana. Avrebbe dovuto essere la genesi della Seconda repubblica. Questo avrebbe dovuto essere: non Tangentopoli ma Finanziapoli, il grande gioco del finanziamento (illecito e diffuso) ai partiti.

Ma non è stato così. E Craxi, da patriota, da democratico, da rispettoso interprete della sensatezza istituzionale, rifiuta di affidare ai tribunali la condanna del sistema repubblicano. Le imputazioni a carico di Craxi non hanno nulla a che fare con la violazione della legge. Hanno a che fare con l’ipocrita soluzione normativa con cui si immaginava di risolvere l’anomalia della Prima repubblica, ovvero che un partito di opposizione di massa come il Pci prendesse i soldi da uno stato nemico, l’Urss.

Con il finanziamento pubblico, si disse, si sarebbe permesso al Pci di emanciparsi dal giogo di Mosca, anche se, ovviamente, i soldi pubblici non sarebbero mai stati tanti quanto quelli che piovevano in Italia da stati esteri finanziatori, ovvero dai due poli della cortina di ferro. La trasgressione della norma, insomma, era nei giochi, era condivisa ed era in un certo senso persino sensata. Il solo problema è che è andata avanti troppo a lungo. Ovvero sino a dopo la caduta del Muro.

Se si vuole davvero trarre una lezione dalla vicenda di Bettino Craxi, se si vuole davvero rendere all’uomo ciò che l’uomo merita, dunque, non ci si può proprio permettere di scinderne la storia tra vissuto politico ed epilogo giudiziario.

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