di Kuliscioff per The Front Page

Che ne è del New Labour, il partito che Tony Blair consegna alla storia conquistando, per tre lustri consecutivi, la leadership di Downing Street? Che ne è del partito che alla fine degli Anni 90 riscatta il Regno Unito dal grigiore dell’era post-thatcheriana avviando quella modernizzazione – economica, culturale e politica – che si iscriverà negli annali della storia occidentale come l’era della Cool Britannia?

Ebbene, di quel New Labour oggi sembrano esser rimaste solo le spoglie. Gli ultimi sondaggi piazzano il partito del premier Gordon Brown 10 punti sotto i Tory di David Cameron. Alle elezioni della prossima primavera – è ormai acclarato – il Labour perderà. Tutto sta, a questo punto, nel vedere se sarà sconfitta o débacle.

Il paese è scoraggiato. La crisi ha avuto un impatto devastante su un’economia, come è quella del Regno Unito, che fa dei servizi finanziari l’architrave del sistema. La disoccupazione galoppa e il deficit – complice l’oneroso salvataggio delle banche finanziato dal governo – ha raggiunto un valore record, gettando nel panico analisti e operatori economici. Brown non ne è responsabile ma, come capo del governo, è su di lui che si concentra l’inverno del britannico scontento.

I problemi del Labour, tuttavia, hanno un’origine più profonda. Brown subentra a Blair nel 2007. La staffetta permette all’ex Cancelliere di arrivare a Downing Street senza passare dal “via”, ovvero dalle elezioni. L’affermazione personale di Brown però coinciderà con il declino del partito. Con il successore di Blair infatti il Labour inaugura una stagione di sconfitte elettorali – dalle amministrative alle by-elections – sulle quali prende consistenza la nuova leadership tory. Più per demerito di Brown che per merito di Cameron.

Il declino del Labour è imputato in gran parte al vuoto di visione e leadership di Gordon Brown. I think tank – che nel decennio blairiano erano stati l’avanguardia del policymaking neo-laburista – con Brown smettono di elaborare innovazione, lasciando campo libero ai pensatoi di estrazione conservatrice i quali, nel metodo oltre che nel merito, mutuano tout court l’esprit blairiano, ovvero la capacità di intercettare e tradurre in policy le ambizioni della middle class.

Ad aggravare la situazione, gli scandali che colpiscono il Labour, il partito al potere: il danno di immagine arrecato dalle inchieste sulla guerra in Irak, lo stillicidio di defezioni tra i big del neo-laburismo, la patologica incapacità comunicativa di Gordon Brown.

Per tentare di arginare il disastro, Brown prova a giocare l’ultima carta, quella della disperazione. Domenica scorsa il premier si concede ad un’intervista in tv in cui lascia che si violi l’ultimo baluardo della sua rispettabilità pubblica: la vita privata. Parla con il cuore in mano, Brown: della morte della prima figlia, dell’incidente di gioventù che lo rende cieco da un occhio, del ménage coniugale. Ebbene, la trovata si rivela un boomerang. Con Brown insomma è la fine del New Labour. Ed è improbabile che con Cameron – sedicente erede di Tony Blair – si possa sperare nella rinascita del progressismo made in Uk.

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