di Kuliscioff per the Front Page

La Costituzione italiana è un clamoroso equivoco lessicale. È un pezzo della nostra storia; è un testo, a suo modo, evocativo dell’aberrazione ideologica novecentesca; è un ‘milleproroghe’ ante litteram con la sua congiunturalmente giustificatissima babele tematica. È un sacco di cose, ma non è una Costituzione.

Una Costituzione si erge orgogliosa su di un principio fondativo, civicamente brandizzabile, cioè riconoscibile dall’interezza della comunità, tanto nel suo portato semantico quanto nella sua metafisica universalità. Un principio che naturaliter non ti viene proprio di dis-onorare, tanto è giusto, e che, declinabile com’è nelle varie dimensioni della comunità istituzionalmente socializzata, ti viene spontaneo introiettare nelle sue molteplici implicazioni, come fosse l’elenco dei servizi inclusi nel tuo pacchetto telefonico flat.

Un principio di tal fatta è, ad esempio, la libertà.

Basterebbe un solo articolo. Tipo: La Repubblica italiana esiste perché i suoi cittadini siano sempre individui liberi, e ci eviteremmo tutte quelle insane implicazioni che un apparato democratico costituzionalmente aleatorio, come è il nostro, ci costringe invece a subire. Lo ‘Stato’, per dire, non potrebbe esistere se non là dove i singoli non potessero fare liberamente da sé. Quanto ai confini di questa immane cubatura semantica, che è appunto la ‘libertà’, basterebbe aggiungere un comma, tipo: La libertà di ciascuno ha un solo limite: la libertà altrui, e i giochi sarebbero fatti.

Suona banale, lo so. Eppure, fate la prova, nessuno potrebbe più permettersi di mistificare la teleologia della missione pubblica inventandosi aberrazioni concettuali come ‘bene comune’, o principi eticamente riprorevoli come ‘ragion di Stato’, dacché in una siffatta Costituzione sarebbe la ‘ragion d’uomo’ la sola riconosciuta. Sarebbe incostituzionale l’omicidio, il pizzo, la carcerazione preventiva. Il carcere in sé avrebbe elementi di incostituzionalità. Di certo sarebbero incostituzionali gli istituti di pena nostrani – l’inferno – e le pene detentive prescritte ad abundantiam nell’ordinamento attuale.

Incostituzionali sarebbero le tasse generate da inefficienza o sconfinamento della macchina pubblica. Incostituzionale, quindi, il prelievo fiscale imposto dall’auto-mantenimento della sfera pubblica. Sovvenzionare la stampa, ad esempio: perché giornali liberi dovrebbero essere pagati anche da chi non li legge? O i contributi alle libere associazione politiche: perché un elettore pidiellino dovrebbe finanziare il raccattamento di voti da parte del Pd?

Incostituzionale sarebbe l’istruzione di Stato, il furto, la violenza in tutte le sue forme, la discriminazione – sessuale, razziale, religiosa – i bolli e i certificati. Incostituzionale la Rai, la ‘porcata’ di Calderoli, gli incentivi alle auto e gli obblighi salutistici, tipo il casco, la cintura o il divieto di fumo orizzontale – se un bar vuol essere smoker-friendly, per quale accidenti di ragione gli dovrebbe essere impedito?

Incostituzionale la nazionalizzazione dei debiti di Alitalia, gli ordini professionali, le tariffe minime, i monopoli e persino il Concordato. Ma, certo, non la religione e non le chiese, né il velo o il Crocefisso. Vita e morte sarebbero ambiti costituzionalmente inviolabili. Dunque extra legem per default.

Condizione per la promulgazione di una qualunque norma, poi, sarebbe la sua razionalmente universale intelligibilità. Va da sé che non esisterebbero che testi unici ‘a tema’, tipo “furto”, “omicidio”, “violenza”, “violazione della privacy”… Basta poco a redigere una legge così, basta usare, democraticamente, la stessa lingua dei parlanti, ovvero indicare oggetto, prescrizione, sanzione. Punto.

Di leggi, poi, ne basterebbero davvero poche così che la missione del parlamento sarebbe occuparsi di quelle limitate ma necessarie funzioni conferitegli dal cittadino sovrano. E tra queste, statene certi, non ci sarebbe quella di produrre legislazione tanto per.

Una Costituzione così muove dal concetto che in natura esiste l’uomo, non lo Stato. E che se si fa Stato, una comunità di uomini, è per valorizzare la propria umanità sociale, non per svilire la sua umana individualità. Non per subordinare la consustanziale assolutezza di quest’ultima peculiarità a quell’ogm filosofico che è il concetto di ‘Stato’. È l’uomo, via, che si fa ‘Stato’ come si fa ‘condominio’: per condividere i vantaggi dell’ascensore e del portinaio, non perché l’amministratore si senta autorizzato ad entrare a casa sua, ascoltare le sue telefonate o vietargli la Nutella dopo cena. L’uomo è naturalmente sociale, ma non per questo, condominializzandosi, accetta di essere meno individuo. L’uomo sociale, accidenti, è come te e come me. Cos’altro abbiamo di così universalmente comune, noi due, se non l’onere della nostra stessa umana libertà? A doversi giustificare a cospetto nostro è quella modificazione genetica chiamata ‘sfera pubblica’. È lei che deve dare senso alla devoluzione di denaro e responsabilità, cioè di sovranità, che l’individuo costituzionale le accorda, mica il contrario.

Ecco, tutto questo non sarebbe necessario neppure scriverlo in questa mia Costituzione. Non servirebbe. Non servirebbe incidere nella Carta l’assetto istituzionale, né la ripartizione geografica delle identità. Non occorrerebbe redigere la tavola dei diritti né quella dei doveri. Né quella dei pesi e contrappesi, gli uni e gli altri essendo già univocamente esplicitati nell’orizzonte libertario, in cui ciascuno è libero di tutto salvo che di violare la libertà altrui.

Oltre all’efficacia epigrammatica, questa Costituzione ha il vantaggio di essere facilmente memorizzabile. La riproduco qui:

La Repubblica italiana esiste perché i suoi cittadini siano sempre individui liberi.
La Repubblica italiana è un territorio sovrano in cui la libertà di ciascuno ha un solo limite: la libertà altrui.

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