di Kuliscioff per The Front Page

Berlusconi scopre Gògol e ne magnifica le virtuose potenzialità: sapete – spiega alla conferenza stampa seguita all’incontro con il presidente egiziano, Hosni Mubarak – grazie a Gògol un imprenditore non ha bisogno di muoversi dall’Italia per vendere i suoi prodotti.

La scoperta arriva con un paio di lustri di ritardo. Il web è oltre. Il 2.0 è già, di per sé, la nuova economia, e la socializzazione virtuale la nuova politica. Berlusconi è al paleolitico digitale e difficilmente riuscirà a recuperare. Il fatto è che in Italia sono ancora parecchi gli imprenditori e i cittadini web illetterati, a cui le parole del premier possono suonare addirittura rivelatrici. Ed in questo, il capo del governo si conferma in sintonia profonda con il paese, il quale, si ricorda, rimane forse il solo dell’emisfero occidentale in cui il wi-fi è considerato un pericolo.

La costellazione politica che fa capo a Gianfranco Fini, invece, nell’universo immateriale ci sta e si muove a proprio agio. La Rete è funzionale – se non addirittura consustanziale – al messaggio della nuova destra. È la politica che si interroga su, e partecipa dei, cambiamenti culturali e sociali del Paese, che non teme ma promuove il confronto, che supera contraddizioni e cleavage favorendo la mobilitazione dal basso delle energie civiche che nei social network trovano modo di aggregarsi, strutturarsi ed attivarsi.

Così, dopo Farefuturo, anche il progetto politico “Generazione Italia” – nato sul, per e con il web – non fatica ad attivare il contagio virale degli internauti politicamente sensibili: significative, in numero assoluto, le adesioni. Ma ancor più significativa la risposta del territorio: stanno nascendo circoli un po’ ovunque, per restituire passione alla politica e contrastare – si legge sul sito ufficiale dell’associazione – l’individualismo assoluto, il rifiuto del confronto, il rampantismo fine a se stesso.

Ottima cosa riconnettere la politica al pensiero, e il pensiero alla responsabilità, e la responsabilità alla partecipazione. Ottima cosa la restituzione alla politica della sua dimensione materiale, della capacità di parlare un linguaggio connesso al codice del reale. Cosa ottima e benemerita per quegli apparati mentali laici che, nelle forme organizzate della politica, non amano trovare nuove chiese dispensatrici di miracoli e divinità, ma dei razionalissimi spazi in cui esercitare le prodigiose opportunità della democrazia liberale.

La comunicazione di GI tuttavia marca una bizzarra idiosincrasia tra la cifra intellettuale dichiarata e il registro linguistico praticato per connettersi con quanti, condividendo presupposti ed obiettivi della iniziativa finiana, potrebbero divenirne attivi militanti. Lo smarcamento, in realtà, si registra solo a livello di comunicazione centrale dove – a differenza dei circoli territoriali – si parla una lingua che pare nata dalla fecondazione artificiale tra la signora della pubblicità del detersivo e l’imprenditore brianzolo che vende i suoi mobili in tv. Sapete, quell’entusiasmo irrazionale per cose tipo “è nato il circolo di Cascinale sul Lago, diamogli tutti il benvenutoooooo!”. E via così, con uno sperpero immorale di superlativi e punti esclamativi, con una coazione a ripetere formule espressive intellettualmente annichilenti, tipo “siamo tanti, ma così tanti…”, o “siamo a quota x mila. Oggi mi sento proprio feliceeeeeee!”. Ecco, è la massaia della pubblicità di cui sopra, quella che vede il pavimento brillare e ci si specchia pregna di soddisfazione.

La guerriglia sul web, certo, fa vittime che è una bellezza. Uno riceve l’invito da GI e che fa, non si unisce? E certo che ci sta. Perché è da un ventennio che il discorso pubblico si risolve tutto in caciara e puttane, e di politica nisba. Poi Fini chiama e il cives che fa? Risponde, certo.

Una volta entrato nella comunità, tuttavia, il benvenuto che GI gli riserva è – diciamolo – kafkiano.  L’organo di informazione, per dire, si chiama “Generazione Italia InForma”. Scritto proprio così.  Il che vuol dire – evidentemente – che il meta-obiettivo è far arrivare il messaggio che Generazione Italia sta bene. Bene, buon per lei. Ma a me che mi ci sono iscritto per fare politica che me frega? Anche Berlusconi sta benone, e pure la gerarca dei miliziani della libertà, la coscialunghissima ministro del Turismo. Beh, pure lei è in forma da paura. Ma non è che per questo, mi ci arruolo.
Qui siamo a Generazione Italia, no? Cioè Fini, no? Quello che la politica è responsabilità e la militanza passione. E dunque perché chiami “InForma”, l’house di GI, manco fosse una nuova catena di palestre?

Per carità, il marketing, la rivoluzione 2.0… tutto giusto. La tecnica ci vuole, certo, ma va applicata con discernimento. Quando ad esempio la si impiega per materializzare un costrutto logico – che, nel caso di GI, è la polis – non ci si può permettere di parlare come un esagitato animatore di un villaggio vacanze, perché se no la gente scappa. Quelli che vogliono fare politica – non l’aerobica, non il karaoke, non la corsa dei sacchi con ricchi premi e cotillons –, quelli ti mollano al prossimo imbarazzante messaggio di stato che da facebook ci informa che hai Giove in Saturno e comunque il mondo ti sorride.

I circoli territoriali sono un’altra cosa. Pochi messaggi ed essenziali: si fissano le date degli incontri, si comunica l’esito degli incontri precedenti, si discutono le iniziative. E la politica si discute dal vivo. Esattamente quello che un potenziale militante di GI si aspetta – dopo averlo aspettato a lungo – da un’associazione politica. Che lo spieghino gli amici dei circoli GI a chi coordina la comunicazione nazionale: che lo spieghino che la politica è una cosa seria.

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