da Processomediatico.it

“A una maggioranza parlamentare non si può rispondere se non con una mobilitazione dentro e fuori del Parlamento”. Così uno dei magistrati, sputtanato da Il Giornale, argomenta con i colleghi la strategia che la “corporazione” – nel “senso nobile” del termine – deve tenere per impedire alla riforma della giustizia di conseguire l’obiettivo.

Del merito della riforma, nel suggestivo scambio epistolare, non vi è traccia. Il nodo è politico. La preoccupazione dei magistrati è che l’opposizione possa non essere adeguatamente attrezzata, o sufficientemente motivata, per rispondere all’offensiva anti-corporativa che il governo si accinge a sferrare. La sfida è tra competitori politici. Berlusconi vs loro, i magistrati – mica lui contro i rappresentanti del popolo in Parlamento.

Bene fanno, le vittime della violazione della privacy compiuta dal Giornale, a chiederne conto al garante della privacy. Ma come avviene sempre, quando le comunicazioni private vengono date in pasto alla stampa, sebbene prive di alcuna rilevanza penale, il danno ormai è fatto. Accidenti, Berlusconi, la sua ossessione contro la magistratura politicizzata, suonava così non-credibile. E invece, vedi tu!

Quei magistrati non rappresentano tutti i magistrati. Tra quei magistrati vi sono però nomi di peso, come Armando Spataro, Procuratore del Tribunale di Milano, presso il quale pendono i vari procedimenti giudiziari del premier. Vi fareste processare, voi, da uno che vi considera un nemico politico, da eliminare, quindi – dalla vita pubblica nazionale, almeno?

Spataro scrive: “Il fatto che vi siano «responsabilità» risalenti nel tempo, addebitabili anche all’attuale opposizione (penso alla mai abba­stanza vituperata Bicamerale di dalemiana memoria che, con Boato, pure voleva il Csm ridotto a organo burocratico; penso alle più recenti posizio­ni di Violante, Calvi e Moran­do sulle intercettazioni; ancora di Violante sulla Corte disciplinare separata, sui leoni e sui troni; di E. Letta sul proces­so breve; di Casini sul legitti­mo impedimento/ponte tibetano, eccetera), non ci frena, non ci scoraggia e può solo in­durci a ricercare un maggiore collegamento coi cittadini e con coloro che, in ogni schieramento politico (anche nel centrodestra), sono disposti a impegnarsi per la difesa della giurisdizione. Dunque, se quanto preannunciato troverà forma scritta, niente, ma proprio niente potrà evitare una risposta epocale della magistratura. Sulla natura e sui contenuti di questa risposta, evito personalmente di intervenire in attesa di quanto deciderà l’Anm. Infine, caro Mario, il referendum costituzionale – se mai ci sarà – lo vinceremo a mani basse”.

Spataro, come qualunque altro cittadino, ha il sacrosanto diritto di fare politica. Da libero cittadino, appunto. Non ha tuttavia facoltà, da magistrato, ovvero da depositario di una responsabilità esclusiva costituzionalmente sancita, di utilizzare quel  potere – privare della libertà un qualunque altro cittadino – per schiacciare l’avversario politico. Sarebbe una sfida impari: nessun altro cittadino, e nemmeno il presidente del Consiglio, ha un potere parimenti costituzionalmente sancito.

La riforma costituzionale passa solo con il voto favorevole dei due terzi del Parlamento. Se no, c’è il referendum. Ed in tal caso, il modo per ricondurre a ragione anche quegli esponenti dell’opposizione non ostili all’ipotesi di un argine alle pretese della corporazione – non si ha difficoltà a credere, visti i precedenti – potrà facilmente essere trovato. Basta imbastire un’inchiestina, metterci dentro una telefonatina ambigua. Basta imbeccare un agente della stampa libera, per ricondurre l’esponente politico di opposizione ‘deviato’ a sposare la giusta causa.

È stato obiettato – da alcuni commentari di questo blog – che la giustizia non è una priorità, e che la nostra – di FrontPage – è solo un’ossessione. La preoccupazione degli italiani – opinano costoro – è l’economia, il lavoro. Vero, sacrosanto. Primum vivere. Tuttavia qui parliamo delle regole, delle forme della democrazia, dei principi costituzionali. Della separazione dei poteri che, della democrazia appunto, rappresenta l’assioma. Il pane lo si aveva anche con il Duce. Finito il pane, la fame ha cominciato a reclamare libertà.

Egitto, Libia, Tunisia, Iran dovrebbero indurci a ri-valorizzare – in chiave retrospettiva, se vogliamo – gli assiomi del regime democratico. Lo stato di diritto, la certezza e cecità del diritto. I confini del potere, e il potere dei contro-poteri di opporre un argine agli abusi. La giustizia non è (solo) una issue. È stata resa tale da Berlusconi, dai suoi pessimi spin doctor, dalla sua insopportabile inadeguatezza, dal suo democraticamente incompatibile conflitto di interessi economico, dunque politico. Ma santiddio, il sistema giudiziario italiano ha sparigliato le regole democratiche già prima, a prescindere, sopra, aldilà di Berlusconi.

La corporazione – nell’accezione nobile, va da sé – si è fatta partito, sindacato di casta. Ha preteso di combattere battaglie politico-corporative con armi che nessun sindacato, nessun partito avrebbe potuto mai sfoderare: il potere di inquisire, costringere alla condizione di imputato, dunque rimuovere un avversario politico. Chi prende più per il culo la Costituzione? Il democraticamente illetterato Berlusconi, o il giurisprudenzialmente coltissimo ‘terzo’ potere?

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