influencer-marketingI modi per moltiplicare i Like sulla propria pagina Facebook o i follower del proprio profilo Twitter sono molti, non tutti legali, a volte patetici ma tutti egualmente inefficaci non foss’altro perché i fake si sgamano e senza nemmeno indagini troppo approfondite.

Un esempio classico è quello dei profili Twitter con decine di migliaia di follower ed altrettante, spesso di più, decine di migliaia di following (o delle Pagine Facebook con decine di migliaia di Like e poche o nessuna conversazione). Alcuni dei metodi per acquistare follower su Twitter è seguire profili fake avendone in cambio un “follow back”. Una presa in giro, un po’ ridicola un po’ sbruffona, che al protagonista può dare forse l’illusione di essere diventato qualcuno, o almeno di sembrarlo, ma ahilui non è così.

blogdiboricominfluencer_jpg_940x0_q85Il numero di like o il numero di follower non dicono nulla della “influenza” di una persona o di un brand. L’indice di influenza lo dà il tipo di interazione che quella persona o quel brand sono capaci di generare, l’influenza complessiva della rispettiva rete – i soggetti con cui più sovente interagisce – la originalità, tempestività, pertinenza dei contenuti condivisi o delle conversazioni generate.

I social media sono spazi pubblici di conversazione – come delle grandi agorà. E nelle conversazioni pubbliche sono gli argomenti a vincere, la credibilità di chi li propone, la efficacia con cui vengono proposti. Sono spazi pubblici e aperti: chiunque ha la possibilità di mostrarsi e via via guadagnare peso. Dopare quel peso artificialmente – attraverso una proiezione di sé (o del proprio brand) più accattivante di quella reale – non rende affatto più influenti. Sponsorizzare un contenuto o una pagina o un profilo significa darsi una opportunità di visibilità, non significa coinvolgere o, ancor meno, convincere.

Molte aziende ci cascano, un po’ per ignoranza, un po’ per miopia, un po’ perché a loro volta sono use a  pratiche di auto-doping della percezione di sé. Così si alimenta il fenomeno disfunzionale di finti-influencer reclutati sul prarametro di un numero (di like, follower o endorsement su Linkedin – anche questi, posticci) per fare “buzz”. Un buzz fasullo, artificiale, generato e misurato aritmeticamente (quante visualizzazioni, quanti like…), che non lascia traccia di sé, non fa awareness, è top-down e alla fine si ritorce contro chi lo propone.

Le aziende dovrebbero imparare a discernere, investire sul talento e la originalità “nativa”. Dovrebbero imparare a cogliere le opportunità proprie dei social, non applicare ai social la mentalità verticale della comunicazione analogica. La questione è più culturale che tecnica e non ha nulla a che fare con l’età anagrafica. La regola numero uno dei Social Media è la stessa regola che governa da sempre la interazione tra individui: bisogna sapere ascoltare per sapere di che parlare.

@kuliscioff

 

 

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