di Kuliscioff per The Front Page

Il sacrificio che l’Italia sopporta non sono i tagli ma la spesa pubblica. La spesa, sì. Che fa bistecche del sistema produttivo, dell’efficienza della burocrazia, dell’efficacia del welfare, dell’equità sociale. Che strutturalizza i privilegi di pochi a danno delle opportunità di tutti. Che distorce il mercato subordinandone le logiche razionali ad irrazionali costrutti ideologici o di opportunità politica.

Non c’è spesa pubblica che si riveli produttiva quando, a dispetto del mercato, sostiene e incentiva comportamenti anti-concorrenziali: le tariffe minime professionali, il sostegno a mercati bloccati, il mantenimento in vita assistito di enclaves operaie già in morte cerebrale. La spesa pubblica è la metastasi ad originare la quale c’è una cellula cancerosa: la politica. Che da servizio si è fatta corporazione a tutela di interessi e benefici contrari agli interessi e ai benefici del Paese che dovrebbe servire.

Dunque, dice Emma Marcegaglia alla sua platea di imprenditori e governanti, o si cambia registro o si crepa. La Finanziaria – osserva – il registro non lo cambia. Taglia un po’ – ed è bene – ma non cambia approccio – ed è un male – perché non riconosce il principio che “non esiste spesa pubblica incomprimibile”. Se fosse un programma di governo, quello di Emma, sarebbe il miglior programma di governo possibile. Non per Confindustria, ma per l’Italia.

Se fosse un programma di governo, tuttavia, non sarebbe più quello di Berlusconi. Il quale infatti nella sua micro-replica all’intervento della Presidenta conferma l’idea plebea di responsabilità pubblica confermato da tutto quello che nei lustri della sua parabola politica non ha fatto per migliorare il Paese. No, a Confindustria Berlusconi non potrà mai più dire “il vostro programma è il  mio programma.” E questo sì che chiude definitivamente un ciclo.

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