imageAlture del Golan, confine tra Israele e Siria. Territorio israeliano per Israele, territorio occupato per la comunità internazionale. Siamo lontani da Gaza: da qui abbracciamo il Libano e tocchiamo la Siria. La Siria di Isis, di Bashar al Assad, dei massacri dei civili di cui la comunità internazionale, i pacifisti, la sinistra europea si interessa assai meno delle vittime di Gaza.

La guerra si sente anche qui, dai villaggi e dai kibbutzal di qua del confine. Nel 2006 qui piovevano i missili di Hezbollah. Adesso il fronte è Gaza, al confine sud di Israele, ma qui al nord è già arrivata l’altra guerra, quella che fa di Israele la prima linea contro la furia occidente-fobica jihadista. I riservisti dell’esercito israeliano – gli studenti, gli impiegati, i padri di famiglia, i contadini, i maschi e le femmine, i giovanissimi brufolosi e gli appanzati quarantenni – sono già stati allertati da tempo, lo zaino già pronto per il fronte nord.

Quando Iran e Qatar si decideranno, Siria e Libano diventeranno la nuova Gaza e quelle migliaia di persone normali, oggi civili di riserva, si ritroveranno a marciare.

Armati, nel deserto, nella polvere, per ore e ore, con indosso la divisa dell’Idf ed un equipaggiamento di 40 chili, e chiedersi «ma che ci sto a fare io qui?».

Questo pezzo di Israele, tra Libano e Siria, è fatto di contadini pionieri che hanno cominciato a coltivare le terre alla fine dell’800, insieme ai vicini – libanesi e siriani – in pace e cooperazione per trasformare il deserto in giardini ed orti, un miracolo di verde e di colore. I campi di mele e di mango si ritagliano con precisione geometrica, al di qua del confine. Di qua verde, di là deserto. I campi libanesi presidiati da Hezbollah sono abbandonati, i campi confinanti in territorio israeliano sono verdi e pieni di vita. Tra il qua e il là una linea di confine, punto. La vita dei campi è fatica, sacrificio: dov’è l’imperialismo in tutto questo?

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@kuliscioff

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