Domenica scorsa Marco Pannella, nella settimanale interlocuzione radical-radiofonica con Massimo Bordin, ha annunciato l’intenzione di portare all’Onu la battaglia per l’equiparazione tra diritti civili e diritti umani. Il confine che la filosofia del diritto non aveva sino ad ora avuto l’ardire di varcare, Pannella lo attraversa con leggiadro entusiasmo. Per convinzione, amor proprio? Mah!

Filosoficamente parlando, l’equiparazione appare priva di fondamento.

I diritti civili sono una prerogativa dei regimi democratici. I diritti umani sono il baluardo dell’universale umanità.

I diritti civili sono storicamente e politicamente determinati, parlano lingue diverse, interpretano tradizioni culturali diverse, proiettano modelli di convivenza civile diversi. I diritti umani no. Loro si consustanziano in quell’unico comune denominatore dell’esperienza terrena che è la vita umana. In un certo senso, i diritti umani precedono e prescindono dal diritto. Esistono anche quando sono violati. Sono in quanto l’essere umano è.

Banale a dirsi. Persino politicamente scorretto. Ma non è affatto detto che il sacro diritto al pieno compimento dell’esercizio umano debba realizzarsi per forza in un regime politico civil rights oriented.

Zapatero, per dire. L’omologazione legislativa tra coniugati omo ed etero non è un diritto umano. Come non lo è in sé il matrimonio, essendo null’altro – il matrimonio – che il riconoscimento burocratico di una micro-istituzione – civicamente riconoscibile ma non data in natura – che è la famiglia, intesa come ragione sociale.

E il Regno Unito che conferisce alla scienza il diritto di manipolare la vita umana, persino di clonarla, in nome della pragmatica constatazione che il citizen, nel terzo millennio, ambisce alla perfettibilità fisica? Anche quello, più che un diritto, è la legalizzazione di una facoltà, culturalmente, politicamente, storicamente fondata. Una facoltà umanamente storicizzabile, appunto. Non un diritto umano universalmente riconoscibile.

Negare ai cittadini italiani la facoltà (civile) di votare radicale alle prossime regionali equivale nella logica pannelliana alla violazione di un diritto umano.

Ora, è vero che le istituzioni italiane mortificano la legalità. Violano la legge, lo fanno impunemente. O meglio, a danno della democrazia. Ed una democrazia vilipesa è certamente un bel guaio. Lo è quantomeno perché mortifica l’essenza stessa della democrazia, ovvero il patto tra liberi cittadini che accettano di rinunciare a prerogative assolvibili anche in proprio, e di affidarle ad un gestore comune – lo stato. Perché il patto funzioni, ovviamente, le parti devono accordarsi sul rispetto delle regole convenute e sulle sanzioni eventualmente comminabili ai trasgressori. Quelle regole sono scritte nella carta costituzionale e nel corpus normativo. Chi le viola paga. E se le viola lo stato? Ebbene, se a non rispettare le regole è lo stato e se alla trasgressione non è applicata sanzione, allora il gioco democratico è dopato.

In Italia la democrazia è annichilita. I diritti civili – quelli vecchi non quelli ambiti – sono schiacciati quotidianamente da una logica clientelar-corporativa della quale si nutrono gli inclusi ed alla quale ambiscono gli esclusi. In pratica, il patto formale è ampiamente derogato a vantaggio di una sorta di accordo verbale, di natura privatistica, che nulla ha a che fare con le regole scritte ma che nei fatti è assunto a regola con il placet dei vari attori del sistema.

Ha ragione Pannella a denunciarne l’illegalità? Ha ragione ad assimilare il sistema “partitocratrico” ad un’entità criminogena che di democratico non ha più altro che la retorica? Certo che ha ragione. Ne ha da vendere.

Ma i primi ad essersi legati al collo il cappio anti-democratico di cui, secondo Pannella, sarebbero vittime, sono gli stessi cittadini. I quali, pur di rifiutare la contropartita dei diritti civili – ovvero i doveri – hanno preferito, e non da ora, legittimare un sistema parallelo fondato sulla negoziazione privata – io ti voto tu che mi dai? – perché in fondo conveniva così.

Bene, è un loro diritto. È un loro diritto sputare nel piatto democratico che – solo – dà libertà. Ma la democrazia non è un diritto. È una facoltà. Come lo è l’essere cittadino, ovvero consapevole e responsabile sottoscrittore di un patto di convivenza sociale. Rinunciare alla democrazia non è bello, non è civile.

Ma – come ci insegna la nostra travagliatissima storia – è drammaticamente umano.

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