images-3Pare che Matteo Renzi si senta tranquillo. I dinosauri liquidati, I poteri forti polverizzati. Prendere il partito o puntare dritto al governo? Boh. Dice che si vedrà. Un passo alla volta. Intanto, dopo la trovata demenziale di ignorare il partito – sul regolamento delle primarie, sulle liste elettorali – rifiutando il 40% degli eletti, adesso che potrebbe prendere la segreteria i suoi si accontentano della ‘gestione collegiale’, come se spartirsi le responsabilità nel diastro aiutasse a superarlo meglio. Un errore, stupido, pure quello. Se vuoi la leadership, deve essere piena. Non chiedere collegialità. Chiedi contendibilità. Chiedi la sfida. Punto. Anche perché come fai a spiegare in giro la differenza tra la collegialità ora perseguita e la Ditta ontologicamente sfidata? Oddio.

La cosa di Prodi, tipo. E il cataclisma che ne è conseguito. E l’errore di rinverdire una storia che tutti – e i sostenitori di Renzi, in particolare – avrebbero invece voluto non dover riesumare più. La storia della Seconda Repubblica, intendo.

Bersani e Bindi e Letta e forse pure Barca sono fuori, okkey. Ma non li ha rottamati il rottamatore.
A sto punto, Matteo, basta ‘sogno’ e ‘speranza’. La realtà possibile, piuttosto. E il progetto per realizzarla. Il Job Act, tipo, chiedeva David Allegranti su Europa, ecco. che fine ha fatto? Perché son cose così che ti fanno venir voglia di partecipare, sostenere, confidare nella possibilità di contribuire a un cambiamento, vero, radicale, per il meglio.

Ma per far questo il partito serve.

“I see the Labour Party as a vehicle for certain key-values, principles and beliefs rather than as a movement which is about class or sectional interest.” (Blair)

Il Pd però rischia di sparire, per inedia, in un lampo. Come i socialisti. Una gestione collegiale per risparmiarlo all’infamia dubito basti. Ci vuole una leadership che azzeri e ricostruisca, e che possibilmente sappia cosa costruire – e come costruirlo – prima, non dopo aver demolito.

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