Immaginatevi un film che racconti una Gerusalemme pacificata, con arabi ed ebrei naturali con-cittadini di una confederazione di autonomie territoriali, composta da Palestina e Isreale, Libano e Siria. Una specie di Stati Uniti del Medio Oriente con le sue università, le sue aziende, il suo turismo, le sue istituzioni, la sua pittoresca varietà etnico-culturale.

Le scene del film riproducono il territorio geo-urbano attuale, ma restituito ad uno stato di pace in cui della guerra non restano che lapidi, musei e monumenti dove vengono portati i ragazzi delle scuole, perché non dimentichino. La regione confederale è ormai solo vita, con Gaza divenuta un avveniristico polo tecnologico che richiama studenti ed imprese da tutto il mondo e la terra palestinese, prospera che è una bellezza, da quando l’uomo che la condusse alla pace ne ha fatto una tax-free zone che l’ha resa in poco tempo la Svizzera del mondo arabo.

Tra i paesi della confederazione c’è libertà di mercato e di transito ed i cittadini che per ragioni di studio, lavoro o famiglia volessero trasferisri da un paese all’altro si vedrebbero riconosciuti tutti i diritti civili di cui godono nel paese di nascita. Anche perché i cittadini dei paesi membri eleggono direttamente i propri rappresentati confederali, indipendentemente dal luogo di residenza.

Così per donne e uomini: parità civile assoluta, costituzionalmente garantita. Ed egualmente libera sull’intero terriotorio confederale è la facoltà di culto: la confederazione si fonda infatti sulla sostanziale laicità delle sue istituzioni, ovvero sulla terzietà delle funzioni pubbliche rispetto alle organizzazioni confessionali. Solo in caso di violazione delle leggi – o delle norme costituzionali – le istituzioni confederali possono ingerire negli affari religiosi. Per il resto, niente: né contributi economici né facilitazioni sociali. La religione semplicemente viene restituita alla dimensione privata, ovvero socializzata ma non statualizzata.

Barack Obama viene accusato di non avere una politica mediorentale efficace, ovvero di non averla per nulla. Dicono che sta troppo acriticamente dalla parte di Israele, che è intervenuto in Libia ma non in Siria, che in Iran ha mollato al proprio destino i giovani della rivoluzione verde, rinunciando ad aiutarli a rendersi liberi. Che non è ascoltato, che non ha una strategia e probabilmente neppure degli obiettivi.

Obama però è quello che ha incantato il mondo con la forza della sua retorica. Che ne ha fatto? Niente, messa da parte a tutto vantaggio dell’ ordinaria amministrazione, che non è evidentemente il suo forte, anche perché sono i tempi ad essere straordinari, e l’America di una guida straordinaria ha bisogno. L’America forte ed ascoltata è anzi proprio quella ‘emotiva’ codificata nell’immaginario retorico della obamiana campagna elettorale. Questo non vuol dire che il Presidente se ne debba andare in giro a fare discorsi da Oscar, e basta. Vuol dire che i discorsi – ovvero il paradigma emotivo-valoriale dell’azione presidenziale – devono ri-diventare la voce dell’America nel mondo.

Ed è a questo che serve Hollywood. Non per fare film sugli Usa o su Obama: ma per far innamorare il mondo di quel mondo potenziale che Obama prometteva di poter creare.

Siamo tutti delusi dal primo Presidente nero degli Stati Uniti, perché non è che barasse all’epoca – quella della codificazione del ‘sogno’ – ma perché quel sogno, sebbene possibile, Obama ha finito con il sacrificarlo alla veglia. Cioé alla routine inemendabile del conflitto – economico, politico, bellico.

Obama è un Presidente da cinema – come Kennedy; solo che adesso è ridotto ad una comparsa da fiction tv. Ce ne potremmo anche fregare, se fosse solo per le sue personalissime sorti. Ed invece in ballo c’è la possibilità di dare una chance ad un globo che pare non volersene immaginare più. Ed è per questo che se qualcuno di voi ha modo di contattare i consulenti del Presidente, faccia loro presente questa eventualità, che per la sceneggiatura, qualcuno bravo si trova.

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