di Kuliscioff per The Front Page

“Voto Emma perché è donna”, cinguetta ai microfoni di Radio Radicale l’attriciona impegnata. “Voto Emma, certo” – si infiamma l’ugola canora della sinistra romana, in un crescendo vocale di “noi donne” e “voi uomini”. “Emma?” –– s’interroga grave la scrittrice – “Oh, sono così felice di non dover votare un uomo!” Ed è lei – la coscienza letteraria del femminismo italiota, quella che ha fatto il Sessantotto e si è fermata lì – che gli argomenti pro-Emma li ha talmente dentro che proprio non resiste a non teorizzare di vagina libera ed emancipazione, di potere rosa e laicità.

Sembra una parodia, ma non lo è. E non è neanche un documento d’archivio. Sono le sinistre elettrici di Bonino presidenta. Quelle che la Bonino è stra-ok perché è una donna così libera, così poco italiana, così tanto cosmopolita, così colta, così laica, così intelligente, così poco ancella e così tanto uoma. Talmente uoma da non aver famiglia. Talmente fica da festeggiare i cinquant’anni con una vacanza-studio in Egitto. Una donna-mito.

E questo è un bel guaio per l’eroina di Emmatar. Dacché prima o poi le luci in sala si riaccenderanno e WonderEmmona riapparirà quello che è sempre stata nella realtà. Pro-war, pro-market, pro-innalzamento età pensionabile delle donne, pro-flessibilità nel mercato del lavoro, pro-garantismo, pro-responsabilità civile dei magistrati, pro-privatizzazioni, pro-università privata, pro-abolizione degli ordini professionali, pro-abrogazione del valore legale del titolo di studio, pro-privatizzazione della Rai, pro-federalismo, pro-liberalizzazione sindacale. Eccetera.

Certo, Bonino è donna. E questo alle femmine de sinistra basta per distogliere lo sguardo da tutto il resto. Il problema è che proprio quel “tutto il resto” dà senso alla candidatura di Emma Bonino. Se no, scusate, ma non bastava la Melandri?

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