di Kuliscioff per theFrontPage e Processomediatico

C’è poco da rallegrarsi, amici della libera-opinione-in-libero-web. Nel nostro paese la libertà di opinione è costituzionalmente garantita, nei limiti della legge, va da sé. Non si può diffamare una persona e ritenersi in diritto di farla franca, ovvero di non subirne le legittime rimostranze civili e penali. Diffamare significa diffondere notizie lesive della reputazione e dignità di una persona. È – per intenderci – il tipo di reato commesso da Marco Travaglio nei confronti di Cesare Previti. Responsabilità riconosciuta, nel caso del notista del Fatto, ma non sanzionata perché prescritta.


Diffamazione è anche l’accusa che Piercamillo Davigo rivolge al Legno Storto (testata giornalistica online, registrata presso il Tribunale di Milano, al n° 831 del 31 ottobre 2005. Direttore responsabile Antonio Passaniti), al quale l’ex pm di Mani Pulite chiede un risarcimento di 100 mila euro.

L’autore del pezzo incriminato, Vittorio Zingales, scriveva  il 21 giugno 2009 un articolo in cui si sosteneva che il crollo della Prima repubblica innescato da Tangentopoli fosse stato orchestrato da «poteri forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani», ventilando così l’ipotesi che il pool di Milano fosse stato a suo modo eterodiretto da forze esterne alla procura e, in generale, alla struttura istituzionale dello Stato.

Un’opinione fantasiosa e non provata, sebbene non certo inedita. Un’opinione, però, non una notizia, falsa nella fattispecie. Un’opinione come quelle legittimamente espresse ad esempio dai sostenitori del complotto giudaico-americano nel crollo delle Torri gemelle. Opinioni non provate neanche loro, sebbene i tentativi di corroborarle di elementi probanti abbiano avuto il merito di risultare, cinematograficamente parlando almeno, quanto meno suggestivi. Infamanti e diffamanti, certo – la Cia, la Casa Bianca, i vertici militari americani non ci fanno proprio una gran bella figura. Non risultano tuttavia azioni penali (o civili) intentate dai bersagli di quelle opinioni ai danni dei relativi autori, uno dei più convinti dei quali è il seriosissimo Giulietto Chiesa.

Ma torniamo a Legno Storto. Davigo chiede 100 mila euro, in sede civile. L’autore del pezzo non è in grado di pagare. È, come si dice in gergo, “non solvibile”. La responsabilità quindi ricade sui responsabili della testata. Testata che non è però il Corriere della Sera, non riceve finanziamenti pubblici e non beneficia di – sembrerebbe – introiti pubblicitari significativi. È un’iniziativa editoriale su base volontaria, come ce ne sono tante sulla rete. Si occupa di giustizia, lo fa in modo editorialmente trasparente. Come trasparenti sono le opinioni di chi vi scrive. Il fatto è che la diffamazione è un reato penale. Se Davigo si ritiene diffamato, avrebbe dovuto sporgere denuncia penale, appunto, ed in quella sede chiedere giustizia, o no? Invece l’ex magistrato ha scelto il civile, e una ragione c’è: in caso di condanna, la testata sarà costretta a chiudere.

Comunque, ad avercela con questo poco-più-che-un-bloggettino non è solo l’autorevole Davigo, oggi consigliere della Corte di Cassazione, ma anche l’altrettanto autorevole ed altrimenti celebre presidente dell’Anm, Luca Palamara. Il quale – denuncia Legno Storto – avrebbe chiesto alla Digos di risalire all’identità dei commentatori di un forum a lui dedicato, nel quale sarebbero state ospitate opinioni non lusinghiere, ritenute appunto insultanti. E siamo alle solite: un’opinione infamante viene equiparata ad una notizia diffamante – sebbene tra le due cose, opinioni e fatti (falsi) la differenza anche in termini giuridici e non solo editoriali sia sostanziale.

Sorge il dubbio che si possa parlare male liberamente di chiunque nel nostro Paese purché non di un magistrato o di un professionista dello sputtanamento mediatico al medesimo evidentemente prossimo.

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