di Kuliscioff per theFrontPage

Se la legislatura avesse seguito il suo corso, Berlusconi sarebbe arrivato al 2013 e poi – chiaro – avrebbe passato le consegne. A chi? Non certo a Fini. Il Pdl o come si chiamerà non è cosa sua. anche perché il tipo non ha proprio capito che il berlusconismo non origina affatto né si compie nella persona di Berlusconi. Il berlusconismo, al contrario è la dimensione non del Berlusconi in sé ma del Berlusconi in me.  Anzi, paradosso dei paradossi, è proprio nel Berlusconi-uomo che il berlusconismo ha il suo più invalicabile limite. La giustizia, ad esempio. I suoi mali, le sue devianze gridano vendetta. Eppure, non può certo essere uno ‘sfiorato’ dal sospetto a restituirle credibilità. La riforma siglata dall’imputato Berlusconi apparirebbe, appunto, non-credibile. Puzzerebbe di ritorsione – ed in parte lo sarebbe. E qui sta infatti il limite del berlusconismo praticato da Berlusconi: dare alle ragionevoli, e talvolta necessarie, iniziative l’idea di essere motivate contro, non per.

È stato così con l’università. La Gelmini ha impostato la retorica della sua legge delega sulla lotta alla cultura del ’68, la prevaricazione baronale, l’inefficienza gestionale. Non sulle ragioni profonde per cui si fanno le cose nei paesi a riformismo maturo. Nella fattispecie, dare opportunità a chi non le ha: i figli dei non baroni, dei non ceti medi riflessivi, dei non a vario titolo privilegiati. Quelli che all’università non vanno – o vanno in quella sottocasa che rilascia pezzi di carta altrimenti acquistabili al supermercato sotto forma di rotoloni – e che, pur non andandoci, l’Università la pagano a quelli che invece hanno la possibilità di frequentarla.
Fare le cose contro è la tara di Berlusconi e dei più intellettualmente respingenti del suo più stretto entourage politico-governativo – Sacconi, Quagliarello, Brambilla et alter tra costoro. Angelino Alfano, invece, no. È lui che, un’infinità di spanne sopra i colleghi televisamente strutturati sul fideismo ad personam, surclassa in efficacia le performance auto-caricaturali dei colleghi-zerbini à la Bondi. Alfano non ha procedimenti penali che gli incombono sul capo, non ha la fedina politica macchiata da prassi eticamente disdicevoli (non risultano, al momento almeno, parenti o amici beneficiati né case ricevute ad insaputa, né collusioni promiscue, mignottume o altri effetti collaterali del berlusconismo straccione). Non è un ex uomo-Mediaset, non è un senza arte né parte – a differenza del Ministro dell’Istruzione con il suo oggettivamente ridicolo curriculum studiorum. Non è un berluschino, il Ministro della Giustizia. È anzi uno che usa un linguaggio concettualmente articolato, mica i leit motiv divisivi e stucchevoli del meno male che Silvio c’è. È per questo che, assai più dei colleghi mastini, Alfano ad uno come l’inquietante Palamara gli fa sostanzialmente – ma educatamente – il culo. Glielo fa perché, elaborati da lui, i fatti si presentano come circostanziate evidenze. L’evidenza dell’uso politico della funzione istituzionale – da parte dei magistrati. L’evidenza della responsabilità dei medesimi nelle inefficienze del sistema – che qualunque magistrato onesto (ma anche, per traslazione, qualunque insegnante onesto della scuola pubblica) ammette. Alfano è l’aspetto solido del berlusconismo. Quello meno rivoluzionario ma più costruttivamente riformatore. E che sia lui il cavallo sul quale Berlusconi punta per non lasciare alla storia solo le macerie del suo ventennio, pare ormai più che un’ipotesi da toto-eredità. Ed è un’eventualità, quella dell’Alfano leader del centro-destra post berlusconiano che – ci metto la mano sul fuoco – darebbe costrutto non solo al centro-destra ma alla politica italiota tout court. Anche perché, ammettiamolo, ci risparmierebbe la sciagurata eventualità di una morte democristiana che ci farebbe, quella sì, persino rimpiangere il Cavaliere: il casismo al potere sarebbe un tax and spend senza misura e senza pudore. E questo no che non lo vogliamo.
Alfano nel 2013, allora. A meno che non si vada ad elezioni anticipate, nel qual caso dovremmo ringraziare quel fulmine di strategia bellica che è Gianfranco Fini. Se si andasse ad elezioni nel 2011, il candidato sarebbe ancora Berlusconi. Vincerebbe e ce lo terremmo, lui con le sue viziose inconcludenze, con i suoi governi antropologicamente raffazzonati, con la sua squadra di ballerine ed ex (ex tutto, dai socialisti ai dipietristi) per ancora – che diononvoglia – cinque insostenibili anni. Cioé fino al 2016. Tre anni in più di quanto fisiologia politica avrebbe voluto. E il bello è che nel 2016, di Fini è probabile nessuno si ricordi nemmeno più.

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