url-1Annapaola Concia, Roberto Giachetti, Ermete Realacci, Pietro Ichino, Andrea Sarubbi e diversi altri di quelli che, se il Pd ha avuto un senso parlamentare in questa legislatura, glielo hanno dato loro, sono tra i non molti a giocarsi la candidatura nelle primarie per i parlamentari Pd. Fatti salvi i beggers che il culo fuori dalla poltrona non possono tenerlo – varrebbe na cippa; fatti salvi pure i capilista – quelli che il segretario deciderà – gli unici rimasti a doversela giocare, rischiando di rimanerne fuori, sono quelli che in questi anni hanno lavorato, in parlamento e in giro per l’Italia, facendosi conoscere – e facendo conoscere il proprio lavoro – nelle manifestazioni pubbliche e, attraverso i media – i social media – dialogando con le persone che sui social media ci stanno molto più che nelle piazze, a metà pomeriggio di un giorno lavorativo, tipo.

Pietro Ichino se la sarebbe giocata comunque, e per una sacrosanta ragione di principio: ho fatto una legislatura gli elettori hanno gli strumenti per giudicarmi. Ed il solo modo per conoscerne il giudizio è candidarmi alle primarie. Questo il suo ragionamento. E questo ragionamento fila così tanto che dovrebbe essere tipo ovvio.

Ste primarie, però, sono di collegio, cioé territoriali. Se uno, di mestiere, fa battaglie per i diritti civili, o per delle regole civili nel mercato del lavoro; o se, ancora, fa #opencamere – la rivoluzione della trasparenza nella nebulosissima vita parlamentare italiana – beh, non è che non ce l’ha un suo territorio, è solo che quel territorio non è un paesello della periferia romana, ma una costituency estesa, una cloud di opinione pubblica, più o meno lobbisticamente associata.

Sono una renziana dentro, la competizione mi piace. Mi piacciono anche le regole: chiare, trasparenti, non derogabili, uguali per tutti. Ooops, sarà mica per questo che il Pd continua a non poter essere il mio partito?

Twitter @kuliscioff 

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