Nicolas Sarkozy è arrivato all’Eliseo promettendo di metter le ali al potere d’acquisto dei francesi e restituire ai con-citoyens la fierezza d’essere francesi.

Sul potere d’acquisto ha potuto (ancora) poco. Ma la colpa non è sua, semmai della crisi.

Resta la fierté nationale. Per consolidare la quale M. le President si è dato da subito un gran daffare. Tanto per cominciare aggiudicando alla Francia la première dame più gnocca di tutte le Nazioni Unite.

Un passo importante ma non bastante. E non solo perché Carlà in realtà è italiana. Ma perché per corroborare il patriottismo post-gaullista e neo-globale, era necessario dapprima definire la nuova francesità. E così, vedi tu che ti si inventa, M. Sarko : un grande dibattito sull’identité nationale, un dibattito vero, democratico, trasversale ai confini patri ed alle culture politiche. Un dibattito republicano, varato in pompa magnissima un paio di mesetti orsono. Ma che già si arena nelle acque perigliosissime dell’indifferenza. Indifferenza da cui non lo risparmiano neppure le pretestuose accuse di razzismo con le quali la gauche, con la lungimiranza che la contraddistingue, ha creduto di attizzare un moto ondoso di indignazione nazionale talmente devastante da mortificare il sarkosismo una volta per tutte.

Figurati !

Dove sta l’errore allora se l’interrogativo, in sé legittimissimo, sui clivages culturali e sociali della Francia di oggi non sfonda ? Se i francesi non se ne appassionano, se neppure gli intellos sembrano curarsene ? Sarà forse che la società francese la nuova identité se l’è già per molti versi costruita da sé ? Con la sua classe dirigente sempre più colorata ed « etnicamente » connotata ; con la sua mixité razziale e culturale, esperita più che teorizzata, con il superamento de facto dei confini destra-sinistra realizzato non solo con l’ouverture al personale politico dell’altra sponda ma con lo sfondamento dei confini sociali della scelta elettorale?

Con il dibattito sull’identità nazionale la Francia sembra un po’ l’Italia e le sue ambizioni neo-costituenti. In entrambi i casi – fateci caso – c’è un grande assente nel dibattito cultural-ideologico proto-futurista sulla rinascita della nazione: la libertà. Già, nessuno ne parla, nessuno ne ricorda la centralità, non solo semantica, nella genetica patria post-bellica. Sarà mica che questa libertà, in fondo, si profila così capace di assumere la modernità da risultare addirittura eversiva? E sarà mica per questo che le repubbliche nate dalla liberazione hanno presto e con gran giubilo trasversale derogato alla libertà invocata, ponendo invece a fondamento delle rispettive identità costituzionali non dei principi liberali ma delle icone proto-cristiano-marxiste (si veda alle voci “eguaglianza” e “lavoro”) delle quali oggi, e per le medesime ragioni di allora, non hanno alcuna convenienza a rinunciare?

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