Fare jogging – mi hanno spiegato – è un’attività che produce endorfine. A me, francamente, è sempre parso noioso, faticoso, stressante: una tortura. Anche col cane, non mi ha mai rilassato granché. La sola attività fisica a cui da sempre riconosco il potere di rigenerante mentale è il nuoto. Più che uno sport, un ritorno nel ventre materno. A Roma, dove da poco vivo, non ho però più potuto permettermi la quotidiana nuotata mattutina con cui ho iniziato le mie giornate degli ultimi lustri, ovunque abbia vissuto. Nella Capitale le piscine costano un botto e stanno in culo al mondo. Capitolo chiuso.

Le endorfine però servono. E allora una settimana fa esatta ho deciso di riprovare. Un’ora intera, concentrata nell’ascolto della rassegna stampa di Radio Radicale. Sono andata nel parco di Villa Torlonia che è tutto un su e giù. Percorso vario, quindi. E secondo me, è meglio.  Non mi sono annoiata, però mi è spuntata una vescica. Dopo un paio d’ore, un dolore sensibilmente forte alla tibia sinistra. L’umore però era ok.

Il giorno dopo, mi incerotto la bolla, mi cospargo di artiglio di tigre (versione erboristica del fastum gel) e ripeto il training. Ok anche stavolta: l’umore beneficia. Quindi, via così il giorno dopo e quello dopo ancora. Le endorfine fanno effetto, ma muscoli e articolazioni: un disastro. Oggi, settimo giorno: ho le ginocchia devastate. Arrivo in ufficio inciabattata, claudicante: con due caviglie gonfie così. L’investimento sino ad ora rinviato in un paio di scarpette da running diventa, come dire, indifferibile. Boh, domani le provo. Se no, soluzioni alternative – e meno traumatiche – alla fisiologica produzione di anti-depressivi?

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