di Kuliscioff per theFrontPage

Lino Jannuzzi è stato condannato con il suo cronista dell’epoca Sergio De Gregorio (sì, quel Sergio De Gregorio) a pagare  280mila euro a Giorgio Fontana, il giudice che istruì l’inchiesta su Enzo Tortora. Fontana, con Lucio Di Pietro e Felice Di Persia –  i due Pm di quel primo, esemplare processo che portò alla condanna di Tortora in virtù delle accuse di un manipolo di camorristi di cui solo un cieco avrebbe potuto leggere il pentimento – i tre uomini di legge, si diceva, in virtù dei metodi impiegati in quell’infausta esperienza giudiziaria furono oggetto di un’inchiesta del Csm. Inchiesta che Fontana non prese affatto bene. Infatti si dimise dalla magistratura per abbracciare la carriera di avvocato, a lui evidentemente più consona.

Fontana aveva già querelato Jannuzzi in sede penale, ottenendone la condanna per diffamazione ed un risarcimento di diversi milioni di lire. All’epoca dei fatti, il nostro ‘diffamatore’ dirigeva Il Giornale di Napoli, testata della quale De Gregorio – a cui più che la carriera giornalistica a procurare notorietà è stata la recente vicenda Mokbel & co. – è stato cronista giudiziario. Quando il 20 maggio 1988 moriva Enzo Tortora, stroncato dal cancro, De Gregorio aveva scritto un articolo che ne ricostruiva la inquietante vicenda processuale. Fontana se ne sentì personalmente infangato, da qui la querela.

Peccato che la condotta del Fontana sia stata censurata, prima ancora che da Jannuzzi, dal suo impavido giornalista, e da quelle poche altre voci libere (radicali e liberali) che non ebbero il timore all’epoca di denunciare l’insensatezza dell’intera operazione, dai giudici che in appello ribaltarono la sentenza di condanna espressa in primo grado per Tortora e dai colleghi della Cassazione che dell’impianto accusatorio primigenio smontarono tutto. Ci ricorda la vicenda lo stesso Jannuzzi, oggi su Il Giornale.

È curiosa la coincidenza. Solo ieri parlavamo di Oscar Giannino – voce libera silenziata per intercessione giudiziaria. Oggi, un’altra penna libera (e scomoda) – garantista, a suo modo, inemendabile – subisce la punizione per la sua ostinata non silenziabilità. Ma si può?

Mi chiedo cosa intenda esattamente il fronte mediatico giustizialista, quello di Travaglio, Santoro – ma mica solo loro – quando strillano contro il ‘bavaglio’ all’informazione. Si riferiscono evidentemente al diritto di sputtanare quelli che il coté giudiziario della Spa decide di volere mediaticamente condannare, con la complicità del coté giornalistico dell’intrapresa, ben inteso. Sbaglio?

Mi chiedo quanti di costoro leveranno una parola per denunciare il trattamento ricevuto dall’attempato ma gagliardissimo collega, ventisette anni dopo l’arresto di Enzo Tortora e ventitré dalla di lui scomparsa. Diranno che se l’è cercata. Che un magistrato non si sputtana. Che il fango va sparso con sapienza. Basti imparare dal Fatto e dal di lui editor di punta. Travaglio, a proposito: proprio oggi si apprende che il creativo censore della moralità pubblica è stato salvato da una provata condanna per diffamazione che dava ragione a Cesare Previti. Salvato per prescrizione. Quando si dice beneficiare di una legge vergogna e non avvertire neppure l’imbarazzo di coscienza!

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