Change Milano è il laboratorio di idee messo in piedi per il Pd da Davide Corritore, il mito dei consiglieri comunali dell’Italia intera.  Quello che ha fatto una sola operazione nella sua ancora giovane carriera  politica. Ma un’operazione di peso: smascherare il bug dell’affaire derivati.

Onore a Corritore. La finanza lui la conosce ed è, il suo, un caso più unico che raro di professionista italioto che, prestato alla politica, non dimentica la materia di cui sa, agendo -nei limiti delle facoltà politiche del suo partito – di conseguenza.

Della sua competenza, Corritore sta adesso cercando di fare un asset per i democratici milanesi, ovvero per la di loro proposta politica alle prossime comunali.

Change Milano suona un sacco bene. Sa di nuovo, di moderno. Sa – ed è questa l’essenza innovativa dell’esperienza piddina – di progetti concreti.

Il primo di questi progetti riguarda la finanza. Finanza Civica, per la precisione.

Tre le leve della proposta suggerita da Corritore: formazione finanziaria, emissioni di titoli comunali e fusione delle partecipate in un’unica holding.

Ne hanno parlato il Sole e il MilanoFinanza. Ne hanno parlato come di una ‘voce’ promettente emersa dalle secche economico-culturali piddine (l’ufficio stampa di Corritore funziona meglio di quello degli apparati). Ne ha parlato pure le Ragioni. Dicendosi scettica. E questo alla squadra di Change Milano non ha fatto piacere. Il che è comprensibile. Meno comprensibile è perché non abbiano ritenuto di replicare all’opinione critica, oltretutto espressa con nome e cognome, semplicemente entrando nel merito delle loro ragioni.

Vista nel merito, la proposta appare anche a chi scrive meno innovativa e – diciamolo – più modesta nella sostanza, di quanto il brand Corritore potesse lasciare sperare.
Apprezzabile, ad esempio, è l’ambizione alla formazione finanziaria delle coscienze milanesi. In effetti, tra i limiti della formazione scolastica del nostro paese uno dei più gravi è la rimozione della cultura economica dai curriculum formativi. Ma la formazione civica proposta da Change Milano, consiste in corsi comunali in tutto simili a quelli erogati dalle tradizionali scuole civiche, parecchio efficienti nella ville ambrosiana.

Quanto alla Holding all comprehensive, oggettivamente, non è neppure questa una grande novità. Al contario, fare gruppo è ormai il più standard dei modi ‘finanziari’ per trasferire le perdite da una controllata all’altra. E questo è tutto fuorché un bene per il mercato, cioé i risparmiatori che, nella fettispecie changemilanista, sono i civici contribuenti.

La novità nella proposta piddina ci sarebbe stata se, magari,  si fosse immaginata la cessione del controllo dal pubblico al privato, l’immissione sul mercato delle società attualmente controllate dal pubblico (cioé dal parassitismo politico) per liberarle da quella che è la ragione della loro stessa esistenza: far pascere la bestia con il denaro del contribuente.
Che oggi ci sia Moratti – che non ci piace – e domani, nel consiglio di amministrazione della mega-holding, ci possa essere Corritore – che invece ci piace – non credo faccia alcuna differenza in termini di ‘innovazione’: finché sarà pubblico il controllore e l’attore di servizi e beni municipali, non ci sarà mercato. E finché non ci sarà mercato, a pagare il costo del monopolio sarà sempre e solo il cittadino.

I BOC – che Change Milano chiama BIC (Buoni Investimento Civici) lo ammettono gli stessi autori della proposta: non sono una novità. Semmai una variazione sul medesimo tema dei Buoni comunali da far sottoscrivere ai contribuenti, convincendoli magari di contribuire ad un investimento ‘civico’ cioé non misuralbile nel suo valore effettivo. In fondo, I BIC non sono altro che tasse di scopo, solo che ai cittadini si vuol lasciare intendere si tratti di finanza. E se così è, meglio i vecchi Boc. Quanto meno, quando si rivolgono al mercato,  si impegnano a garantire un tasso certo. Mentre incerta, incertissima, è la misura del valore ‘civico’. Chi decide se un aiuola vale più di un parcheggio?

Comunque se ne può parlare. (Ma se ne vuole davvero parlare?)

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