umanista-insegnaNel mercato professionale diversamente skilled vige la prassi di selezionare i profili sulla base dell’esperienza accumulata nel medesimo settore e nella medesima industry. Uno che viene dal marketing della moda non va nel marketing dei detersivi – dove, oltretutto, non lo prenderebbero. Si chiede al candidato che sappia tutto di quel singolo, limitato, segmento di mercato. Che sia pronto, sbarcato nella nuova azienda, ad applicare quel know how, quelle best practice, quell’expertise (si parla così, in azienda) accumulati nell’esperienza testé ultimata, tal quali e solo quelli.

Il modello di business prevalente in Italia è rigido, gerarchico, paternalistico – un’evoluzione storicamente regressiva del taylorismo, anche su scala ridotta. In questo modello, l’efficienza viene perseguita attraverso la parcellizzazione delle funzioni in microcosmi di conoscenza perimetrati, strumenti tecnici pescati dall’ultimo manuale di ortodossia manageriale, gusto ossessivo per il dettaglio, meglio se cavillosamente interdittivo della eventuale novità.

Questo modello di business non coltiva la capacità di vedere il quadro generale, pretende anzi che il particolare coincida con il generale, scoraggiando i discostamenti di pensiero, l’irruzione di elementi dalla dimensione “esperita” esterna, cioè impedendo al corpus aziendale di occuparsi al proprio interno d’altro se non di sé. Non è l’azienda che vive il mondo, ma è l’azienda che disegna il perimetro del proprio mondo e lo chiude a chiave perché nessuna contaminazione avvenga.

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