imagesHo cominciato a scrivere di politica nel 2002, per la Critica Sociale. Il mio compito era analizzare la politica New Labour, che seguivo da tempo, dialogare con i think tank laburisti, creare rapporti con i politici e i policy-maker che si occupavano della Terza Via al governo. Seguivo le Conference del partito, i convegni, le manifestazioni internazionali importanti ecc. Frequentavo la Fabian Society, Progress, Policy Network e ho conosciuto i principali protagonisti di quegli anni: David Miliband, Peter Mandelson e Tony Blair, naturalmente, che nel 2006 ho anche intervistato.

Nel 2007, caduto Blair, mi sono trasferita in Francia e per un anno mi sono dedicata a Sarkozy, il modernizzatore della destra francese. Da lì ho cominciato ad occuparmi anche di geopolitica, Europa dell’Est e Medio Oriente, in particolare. Ho lavorato alla Critica fino al 1998. Non guadagnavo molto ma mi bastava, ed era il mio lavoro, quello giusto. Collaboravo anche con altri giornali, sempre di nicchia, tra cui Europa.

Dal 2008, con la crisi, né la Critica né gli altri giornali hanno più potuto comprarmi i pezzi. Sono stata costretta ad occuparmi di un’attività a suo tempo ancora redditizia, la comunicazione. La comunicazione politica non è altro dalla politica. In Italia la politica è fuffa – abberlusconi o quegli altri – la comunicazione politica di conseguenza è meta-fuffa. Intanto però ho sfangato ancora qualche anno.

Con Libertiamo e Reti ho ripreso a fare cose interessanti – analisi politica e strategie di public affair. Per un paio d’anni è andata bene, poi anche qui la crisi politica, crisi culturale – le vere cause della crisi economica del paese – hanno anoressizzato le prospettive del settore e per un po’ ho scelto di passare al privato-privato, un’azienda, fare la comunicazione lì. Un errore, non era il mio lavoro, non era il mio ambiente. Ma qual è il mio lavoro e qual è il mio ambiente?

Analizzare la politica, ragionare di policy-making, nel ventennio berlusconiano e in questo primo scorcio dell’era renziana, più che difficile è inutile.  Inutile anche dedicarsi alla politica internazionale se il policy-maker nazionale non fa politica internazionale. Il dibattito pubblico è triviale, in Italia, il pensiero politico non c’è. Non è vero che il degrado della politica sia generalizzato: in Gran Bretagna, in Francia, in Europa dell’Est, in Israele, negli Usa il pensiero politico si continua a generare, il discorso politico non è inchiodato a due tweet ed un retroscena.

Da mesi esercito un’attività professionale che comporta un impegno – analizzare, ragionare, scrivere non significa limitarsi a sentenziare – al quale tuttavia non corrisponde un mercato. Dunque chiudo, smetto, son stufa. Un causa politica a cui immolarsi non c’è. Non c’è una causa culturale. La sola causa – necessaria – è mettermi in salvo, trovare di che campare, inventarmi un nuovo mestiere. Andar via.

Ringrazio chi mi ha seguito sin qui, chi ha commentato, chi ha dissentito. Grazie.

@kuliscioff

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