Alfonso Papa mi fa schifo. Si mantiene le mignotte, coi soldi estorti ad imprenditori concussi. Concussi, oltretutto, grazie ad informazioni a lui accessibili in quanto ex magistrato poi parlamentare – ruoli ascrivibili, entrambi, alla categoria dello spirito di ‘servitore delle istituzioni’. Mi fa schifo, poi, perché in Parlamento cita la moglie, i figli: patetico. Ci avesse pensato prima, alla moglie e ai figli, quando tradiva l’una e mortificava gli altri. Meschino.
Meschino pure il marito di Melania Rea: falso, ipocrita, pusillanime, analfabeta. E pure scemo. Mi fa abbastanza schifo pure lui, sì.
Mi fa piuttosto schifo pure il Cavaliere che non è mai stato un imprenditore, che non è mai stato liberale, che non ha mai nutrito il minimo amore nè rispetto per il paese che, pure, nel 94 dichiarava di amare. E che al Paese, anzi, ha creato solo danni – perché quello che pensa, intimamente, è nocivo al paese (lo ha ammesso pure lui, per giustificare il silenzio nella settimana dell’aggressione di borsa); danni che, oltretutto, ci vorranno generazioni per risanare. Ha azzerato, ad esempio, le possibilità di parola dei liberali, che sono quelli che la pensano come Einaudi, non quelli che la pensano come lui: sulle responsabilità della funzione pubblica, sulla sacralità della trasparenza, della libera formazione delle opinioni, sulla separazione dei poteri e sull’indipendenza reciproca dei poteri. Einaudi era quello che gli ordini professionali, che orrore fascista, mentre Berlusconi, lui, è quello che gli ordini professionali, le corporazioni fasciste, appunto, se l’è ben pasciute. Tant’è che vedete che sviluppo.

Mi fanno schifo i sindacati, che hanno conflitti di interesse grossi così; e i Di Pietro che prendono per il culo la gente, e poi, invece, vedili amministrare; e mi fanno schifo i De Magistris che se la magistratura – tutta – fosse quella roba lì, beh, signori, il regime, il Fascio, potrebbe rappresentare un modello di progressismo civile.

Mi fanno schifo gli ipocriti, gli incapaci, i moralisti di sto cazzo. E quelli che hanno visto la luce; che ne sono stati, evidentemente, talmente abbagliati che adesso non ci vedono più, ma pretendono lo stesso di indicare la strada. La retta via. La morale. Mi fanno schifo i furbi – e sono tanti in Italia. Sono la norma, via.  E pure i senza palle, mi fanno schifo. Quelli che non hanno il coraggio di competere sulle idee, che la competizione, anzi, la evitano, trincerandosi dietro le ideologie che delle idee sono la tomba.

Non mi fanno schifo, ma li vorrei più disponibili, più interessati a capire che a utopizzare, quelli tipo Dino Amenduni che – chapeau – quanto è bravo e quanto sta ‘sul pezzo’ epocale – cioè nell’essenza social. E che pure scrive su Il Fatto :)

Il Pd, invece, mi fa tristezza. Non esiste, zero. Encefalogramma politico-culturale piatto: è un clerico-comunismo (non ideologico ma pseudo-tattico) così ridicolo che la migliore delle parodie farebbe ridere meno. Hanno idea del mondo là fuori? E non che non ce l’hanno. Stanno lì ad inseguire la modernità, senza capirla, senza amarla. Ed arrivano – puntualmente – in ritardo.

Coi Radicali mi trovo d’accordo su (quasi) tutto: è sulla gerarchia delle priorità, sui metodi di lotta, sulla santificazione del guru, sulla definizione dell’agenda, sulle keywords della comunicazione che, invece, mi ci ritrovo poco.

Tutto questo per dire che capire la democrazia è l’attività che mi consuma. E per quel poco che ancora credo di avere imparato credo che una democrazia comandata dai magistrati non sia una democrazia. Che una democrazia in cui il potere si auto-conferisce la non accountability non sia una democrazia. Che una democrazia in cui un referendum – quello contro la messa a gara della gestione dei servizi idrici attualmente controllati dalla feccia del ciarpame politico – vince sulla mistificazione dell’oggetto, e vince a maggioranza putiniana, non sia una democrazia.

Come molti della generazione mia – e di quelle alla mia successive – mi son goduta la globalizzazione. Cioé ho vissuto all’estero. E tra questo estero c’è anche l’Inghilterra. E la democrazia britannica – ho capito – è la democrazia: è la democrazia che non saremo mai. Perché lì – vedi Amenduni – non se la menano con cazzate ideologiche, che sono la più infame presa per il culo del concetto supremo di ‘conoscenza’  (quel pre-requisito fondamentale per poter deliberare). Lì i servizi pubblici sono servizi, appunto, non posti di lavoro. E se i servizi non vanno, si segano, punto, con i relativi posti di lavoro. Lì il concetto di diritti a vita non esiste – e ci mancherebbe: i diritti sono il premio conseguente all’onoramento dei doveri.

Lì, l’evidenza pubblica ai processi viene data – appunto – a processo in corso, perché si ha ben chiara l’idea che nella sacralità della difesa sta la più sostanziale delle garanzie democratiche.

Lì, la democrazia, è la forma attraverso cui si onora il patto di cittadinanza: c’è il cittadino, c’è un insieme di cittadini, che ad ogni elezione rinnovano il patto e delegano qualcuno perché lo onori. E quel qualcuno è servitore, non padrone. Quel qualcuno è servitore del cittadino, non dello Stato. Quel qualcuno, oltretutto, è revocabile.

La casta – le caste – in Inghilterra non esistono. E chiediamoci perché. Perché c’è libera competizione? Perché non esistono corporazioni? Perché ce l’hanno nel Dna? Boh, fatto stà che lì basta molto meno che un’inchiesta della magistratura per imperativamente condurre un depositario di ruolo pubblico a dimettersi. E basta molto meno per imperativamente condurre un Primo Ministro (tory, liberista, proto-tatcheriano) a recarsi in Parlamento, ogni settimana, e spiegare, e rispondere alle obiezioni, anche quando si trova nella pupù. Ed a confrontarsi coi fatti e le evidenze, non a fare poesia: è  la democrazia delle regole, la democrazia liberale, la democrazia che come obiettivo ha il bene dell’utilizzatore finale, il cittadino, non quello dello Stato, ovvero della sovrastruttura auto-referenziale. Ecco, quella è la democrazia a me cara.

La nostra è un’altra roba. In quest’altra roba ci sta che un magistrato, nel pieno esercizio delle proprie funzioni, vada in piazza a dire robe politiche e dispensare pagelline di moralità istituzionale. Ci sta che un presidente di regione faccia fuoco e fiamme contro la ‘privatizzazione dell’acqua’ (leggi: la messa a gara della gestione) che farebbe schizzare in sù le tariffe per i cittadini e poi quelle tariffe alzarle lui, gestore (monopolista) pubblico. Ci sta che gli sconfitti – culturalmente, politicamente, storicamente – stiano ancora lì – e non solo a pontificare, ma addirittura a comandare. Ci sta tutto quindi che quello beccato a fare zozzerie non si dimetta perché le zozzerie – e magari più grosse – le fanno pure gli altri, le fanno tutti. Perché le zozzerie sono sì il peculato, o la corruzione, o l’abuso di ufficio. Ma sono anche i finanziamenti pubblici all’editoria, ai partiti, alle università, alla sanità: finanziamenti coatti, sottratti al cittadino, perché ne beneficino  – in maniera criminogena, cioé aberrantemente discrezionale – destinatari ed intermediari.

Ecco, vorrei Papa in galera ma dopo, non prima, aver subito un processo. Ed Ingroia render conto dell’apoteosi di Ciancimino e del (costosissimo) fallimento delle sue ideologicamente indotte intuizioni giurisprudenziali. Vorrei il Pd al museo delle cere e Vendola sui banchi della Lse. Gli imprenditori rispondere ai richiedenti lavoro che mandano il Cv ed il dipendente pubblico che sciopera ogni settimana, impedendo a chi lavora di arrivare a lavoro coi mezzi pubblici che dovrebbe garantire, ecco lo vorrei a casa, disoccupato, insieme a quelli del sindacato che l’hanno convinto a scioperare.

Questo post era stato concepito per rispondere ad una domanda, inoltratami via Twitter dall’amico Amenduni e dall’amico Luca Romano. La domanda era: perché il Pd non chiede le dimissioni (dei suoi indagati, il sottinteso). Ecco, temo di non aver risposto. Ma, a mio modo, anche sì.

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