Temo di no. Temo che fuori da Twitter sia la non-vita. Cioè, si può anche continuare a vivere benissimo senza (in)seguire ed essere (in)seguiti. Si può persino riuscire a comunicare con altri esseri umani/entità diversamente istituzionali senza la necessità di sottolineare i concetti-chiave con un #. Però, se lo si fa – senza hashtag e menzioni  – si è fuori. Fuori da quel mondo in cui succedono le cose di cui poi tutti parlano. E quel tutti è ‘il’ mondo, o cosa?


Non che abbia nulla in contrario a vivere così, nel 2.0, anzi. Di questo – anche di questo – sostanzialmente io campo. Solo che quando, per dire, mi capita di non twittare, cioè di perdermi tutto il flusso di ‘cose’ che intanto stanno avvenendo su Twitter, quelle cose di cui poi tutti, appunto, parlano non mi sento affatto turbata. Non almeno quanto l’aver creduto di vivere per non so quanto tempo prima di scoprire “La versione di Barney“. Ma anche col tofu è andata uguale. Prima di scoprirlo, ma come cazzo mangiavo?

Twitter è una cosa seria, altro che; sostanzialmente è un lavoro – per alcuni pagante, per altri potenzialmente pure. Anzi, è pagante per tutti, perché in fondo è l’unica cosa che più si avvicina al concetto di ‘strumento meritocratico’ al quale noi italo-nativi si abbia avuto in sorte di incappare. W Twitter. E W Google che ti trova sempre l’ad giusto nel momento giusto. Cioè, come faremmo a sentirci vivi e connessi alla vita ma anche addirittura all’imponderabile, all’infinitezza se, appunto, non ci fossero loro?

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